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Data di pubblicazione 31 -05 -2020

MAOMETTO E L'ISLAM

di Erminia, membro del consiglio direttivo di "Libero pensiero"

Maometto nacque all’incirca nel 570 d.C. nella città La Mecca, città santa. In essa c’era e c’è la Ka’ba’, che era un tempietto a forma di cubo, nel quale prima dell’Islam veniva venerata la divinità maschile di Hubal. Nel tempio c’era e c’è a tutt’oggi la Pietra Nera di circa 1,10 m. di altezza, (probabilmente un meteorite), che secondo l’Islam fu portata sulla terra dall’Arcangelo Gabriele. Si racconta che inizialmente era bianca, ma che dopo per l’onta dei peccati degli uomini divenne nera. Data la necessità per i musulmani (termine che significa “devoti a Dio”) di recarsi alla Mecca per fare il pellegrinaggio alla Ka’ba’, ogni anno per quattro mesi venivano interrotte le frequenti guerriglie fra di loro per consentirne la frequentazione.

I biografi di Maometto, il cui nome significa “il grandemente lodato”, narrano che segni prodigiosi hanno accompagnato, quale futuro messaggero della fede islamica, la sua nascita nella tribù dei Quraysciti (i piccoli squali), che raggruppava una decina di clan. Il suo clan era quello di Hashim, dal nome di suo padre, dal quale deriva il regno hascemita di Giordania, governato dai suoi diretti discendenti.

Purtroppo, Maometto rimase presto orfano per cui dovette lavorare, prima come custode di greggi e poi come guida insieme allo zio di carovane di mercanti. Questa attività lo portò a conoscere altri popoli ed altre religioni monoteiste quali l’ebraismo e il cristianesimo, di quest’ultima conobbe in particolare l’eresia ariana che in quelle zone si era ben radicata. Appare quindi assai probabile che ne fosse stato influenzato. Sposò una ricca vedova, più anziana di lui di quindici anni. Tutti i figli, maschi e femmine, tranne una, inspiegabilmente morirono giovanissimi. Si racconta che Maometto a quaranta anni, in preda a turbamenti e visioni, ritiratosi in preghiera in una caverna incontrò l’Arcangelo Gabriele che lo esortò a diventare il messaggero di Allah, il Profeta! Così Maometto cominciò a predicare, supportato dalle frequenti apparizioni dell’Arcangelo Gabriele e dai relativi messaggi e rivelazioni. La sua religione, che aveva moltissimo in comune con l’Ebraismo e il Cristianesimo ariano (che non credeva nella natura divina di Cristo), faceva sì che Gesù venisse anch’esso onorato, ma come profeta e con lui anche Maria, che nel mondo musulmano era la protettrice delle partorienti.

Con le sue prime predicazioni convinse i poveri, ma non i ricchi, che prosperavano con i pellegrinaggi pagani alla pietra nera nella Ka’ba’, culto che Maometto subito eliminò, sostituendolo in seguito con quello islamico. Le sue predicazioni all’inizio furono su basi orali e poi scritte nel suo Corano (“recitazione ad alta voce”), il libro sacro dell’Islam, termine, quest’ultimo, che significa “sottomissione alla volontà di Dio”. Ovviamente i ricchi commercianti che prosperavano sui pellegrinaggi pagani lo cacciarono in malo modo, per cui riparò in una città che prese successivamente il nome di Medina, che da allora fu considerata la città del Profeta. Maometto aumentò a dismisura i suoi seguaci e con il loro sostegno ingaggiò diverse battaglie contro chi si opponeva alla sua religione, conquistando vari centri abitati.

La religione islamica comporta l’assoluta sottomissione a Dio, lo stesso degli ebrei e dei cristiani, della cui religione egli si sente riformatore, quale ultimo profeta. Pertanto, l’anima degli uomini è parimenti immortale. Nelle mani del creatore e legislatore del mondo sono affidati le sorti degli uomini. Allah è un giudice misericordioso che premierà i buoni portandoli in Paradiso. Il Paradiso è ricco di delizie materiali e di graziose fanciulle, le “uri”, che faranno loro compagnia. I malvagi andranno all’inferno fra pene, fuochi e tormenti.

Un grande personaggio del mondo arabo fu indubbiamente Maometto o meglio Muhammad, poiché “seppe suscitare un’idea religiosa capace di galvanizzare le aspirazioni delle popolazioni locali arabe”, dando loro una forte coscienza nazionalistica, che determinò non solo una forte espansione araba ed un impero che andava dal Caucaso all’Atlantico, dilagando anche nel Mediterraneo., ma anche una religione che si è sparsa in tutto il mondo con milioni di credenti in vari Continenti.

I precetti fondamentali sono: 1) Credere in un unico Dio e nella predicazione di Maometto; 2)Pregare cinque volte al giorno con il viso rivolto alla Mecca, su invito dei muezzin (sacerdoti), dall’alto dei minareti (sorta di torre) a fianco di ogni Moschea (tempio musulmano); 3)Digiuno dall’alba al tramonto durante il mese di Ramadan (il nono dell’anno lunare islamico che si articola in mesi di 29 o 30 giorni a decorrere dal venerdì 16 luglio 622 del calendario giuliano , giorno in cui fu compiuta l’Egira di Maometto. Così un Anno dura 354 giorni e ogni tre anni aumenta di un giorno. L’Egira indica l’esodo di Maometto dalla natia Mecca; 4) L’elemosina(duplice): secondo personali inclinazioni e versata su imposizione dello Stato secondo i redditi di ciascuno; 5) Il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita, purché consentito dalla salute e dalle condizioni economiche. A questi precetti viene aggiunto un obbligo fondamentale: l’esortazione alla guerra santa (Jihad).

La religione islamica offre altre peculiarità: a) anche la Bibbia è considerata un testo sacro; b) Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Davide e Gesù sono tutti considerati precursori di Maometto; c) assenza di sacramenti e di una vera e propria struttura ecclesiastica imponente come nelle altre religioni monoteiste; d)l’etica fondata sul principio della fratellanza umana e quindi sul rispetto e benevolenza verso il prossimo; e) la possibilità per ciascun maschio di avere fino a quattro mogli.

Nel Corano sono raccolti le rivelazioni e i detti del profeta. Consta di 114 capitoli (suwar) divisi in 6.226 sezioni o versetti detti “ayat” (segni e miracoli). Prima venivano imparati a memoria dai seguaci , poi furono scritti su foglie di palma, ossa o pelli di cammello. Dopo la morte di Maometto avvenuta verso il 650 a Medina, sotto il califfato di Othman, i suoi seguaci lo redassero nella forma attuale; tuttavia non fu disposto come fu rivelato a Maometto, ma secondo la lunghezza dei capitoli a partire dai più lunghi., ad eccezione della sura “al-fatiha” (detta la “aprente”) di sette versetti che invece fu posta all’inizio . Il Corano contiene anche una serie di norme igieniche e morali, fra le quali: non bere alcoolici, non mangiare carni di maiale, divieto di vendicarsi e divieto di rappresentare con pittura e scultura uomini e animali.

Oltre al Corano c’è la “Sunna” che significa “modo di vivere e di comportarsi”. Il testo fu composto e aggiunto al Corano negli anni 656-660 da Alì Ibn Abu Talib, cugino e genero di Maometto. L’eredità spirituale fu raccolta da lui e dalla seconda moglie di Maometto, Aischa, la sua preferita. Quest’ultima organizzò una rivolta contro Alì, ma fu sconfitta per cui si ritirò a Medina.

Tuttavia, la lotta fra fazioni continuò ugualmente e generò una divisione, tutt’ora esistente, fra Sunniti (corrente islamica ortodossa e maggioritaria) che riconoscono nella Sunna il testo guida islamico, difeso paradossalmente dalla seconda moglie di Maometto e gli Sciiti (che significa apostati).

I Sunniti considerano Maometto, l’ultimo dei profeti al contrario degli Sciiti. Per i Sunniti i successori del Profeta avevano solo il compito di far applicare la legge, mentre l’interpretazione veniva riservata ai giuristi. Per gli Sciiti invece nessuna autorità veniva riconosciuta ai tre califfi, successori di Maometto, considerati usurpatori della successione, che a loro avviso competeva legittimamente ad Alì.

Gli Sciiti si divisero in varie sette che avevano in comune il riconoscimento di caratteristiche profetiche ai discendenti del profeta, gli Imam, che pertanto avevano il dogma dell’infallibilità. L’Imam era ed è la guida spirituale e politica nel territorio musulmano (vedi Iran).

Il Corano appare quindi come un codice religioso, civile, sociale e politico. La Jihad significa “lo sforzo del credente” di migliorarsi attraverso lo studio dei testi sacri, ma anche la guerra condotta per “la causa di Dio”che può essere dichiarata da una legittima autorità musulmana, il califfo.

Le persone che non volevano abbracciare la religione musulmana venivano o uccise o assoggettate alla “dhimma”. Questa comportava tante limitazioni: imposte notevoli, limitazioni nel

vestire, limitazioni giuridiche di vario tipo e tante altre ancora, per cui nei secoli nelle terre musulmane non rimase nessun appartenente ad altre religioni.

Erminia

N.B. Tratto dal libro del prof. Pier Luigi Guiducci “Storia della Chiesa- Epoca medioevale”

Data di pubblicazione 30 -04 -2020

LA SINGOLARE STORIA DELL’IMPERATORE COSTANTINO

IN RELAZIONE ALLA CHIESA CRISTIANA

di Erminia, membro del consiglio direttivo di "Libero pensiero" 

La storia della vita e forse ancor di più della morte di Costantino appare singolare in relazione alla diffusione del Cristianesimo nei primi secoli dopo la morte di Gesù Cristo.

Dal punto di vista storico occorre fare una premessa per comprendere gli antefatti che ne hanno condizionato la vita.

L’imperatore Diocleziano (dal 284 al 305 d.C.), grande persecutore dei cristiani, per tentare di porre rimedio all’instabilità politica dell’Impero Romano, male cronico dello Stato, ideò la tetrarchia. Infatti, egli aveva visto quanto in passato fosse stato negativo che gli imperatori fossero stati proclamati tali dal proprio esercito o dal Senato o dai pretoriani, con uccisioni in congiure di palazzo o in battaglie promosse da altri pretendenti.

Pertanto, al fine di evitare che lo Stato romano fosse oggetto di scorribande di potere senza che gli imperatori così nominati fossero all’altezza dell’arduo compito, ritenne che se l’immenso Stato fosse stato diviso fra Impero di Occidente ed Impero di Oriente e governato da due distinti imperatori, detti Augusti, l’Impero sarebbe stato meglio gestito. Inoltre, se i due Augusti con oculatezza avessero scelto il proprio successore (denominato Cesare), nominandolo da subito come proprio collaboratore nell’esercizio del potere, ma scegliendolo in base ai meriti, avrebbero assicurato all’Impero il miglior governo e precluso lotte intestine.

Così Diocleziano adottò siffatta struttura: mantenne per sé l’Impero di Oriente con sede a Costantinopoli, nominando Galerio come suo Cesare e consegnò l’Impero di Occidente ad un suo fidato e apprezzato generale, Massimiano, che a sua volta nominò quale Cesare, Costanzo Cloro, padre di Costantino.

Nel 305 d. C. per verificare la tenuta dell’ordinamento da lui concepito, abdicò e convinse il collega Massimiano a fare la stessa cosa; subentrarono così come Augusti Galerio per l’Oriente e Costanzo Cloro per l’Occidente. I nuovi Augusti nominarono quali Cesari in Oriente Massimino e in Occidente Severo.

Quando poco dopo nel 306 d. C. l’imperatore Costanzo Cloro morì, il sistema rovinò su se stesso. Infatti, le legioni galliche proclamarono suo figlio Costantino imperatore di Occidente, mentre i pretoriani (guardie personali del capo dell’esercito) proclamarono imperatore di Occidente Massenzio, figlio di Massimiano già imperatore di Oriente.

Severo che in base ai principi della tetrarchia doveva subentrare quale Augusto al defunto Costanzo Cloro, mosse guerra a Massenzio che voleva usurpargli l’impero, rimanendo però sconfitto ed ucciso. Nel frattempo, Galerio, in Oriente, aveva diviso l’impero in due parti affidando la parte africana a Massimino e nominando come nuovo Cesare per la parte restante, Licinio.

Erano rimasti a contendersi l’impero di Occidente Costantino e Massenzio, entrambi privi del titolo di Cesare; pertanto Galerio, pensando di poter evitare una guerra civile, nominò Cesare il giovane Costantino, in modo da legittimarlo alla successione. Ma Massenzio non accettò di perdere il soglio imperiale…Intanto, era morto anche Galerio nel 311 d.C., per cui Licinio era divenuto Imperatore d’Oriente.

Costantino riuscì a conquistare il potere, ma dovette lottare per circa un ventennio contro vari personaggi per poterlo mantenere ed ampliare. Per semplificare nella trattazione della sua Storia, si accennerà solo agli antagonisti più importanti e alle vicende più significative.

Queste le premesse, ma per poter raccontare, seppur brevemente, la storia di Costantino bisogna andare a ritroso nel tempo di circa 20-25 anni.

Fra il 280-285 d. C. a Naissus in Dacia (attuale Serbia) nacque Costantino da genitori pagani, Costanzo Cloro ed Elena, non uniti in matrimonio. Costanzo Cloro di nobile famiglia e alto ufficiale romano si era innamorato di una locandiera, la bella Elena, ma non potendola sposare per differenza di lignaggio, tuttavia mantenne con lei una intensa storia d’amore che portò alla nascita di Costantino.

Costanzo Cloro, che professava una religione monoteista paganeggiante, e Costantino, che aveva come sua divinità il “Sol invictus” (che richiamava l’Apollo gallico), erano entrambi tolleranti nei confronti del Cristianesimo.

Nel 305 d.C. Costantino, che aveva seguito la carriera militare del padre, si recò in Britannia per aiutarlo in battaglia, ma il padre morì, per cui, come detto prima, Costantino fu acclamato Imperatore dalle truppe galliche, ma in Italia Massenzio era pronto a contrastarlo.

Costantino dimostrò subito doti di abile statista. Acquisì il favore di Licinio promettendogli in sposa la sua sorellastra Costanza (figlia di Costanzo Cloro e di una nobile donna romana che aveva dovuto sposare per questioni di rango) e marciò contro Massenzio il 28 ottobre 312, vincendolo in modo miracoloso!

A tal proposito si narrano due versioni, entrambe miracolose, di due storici del tempo: il famoso Lattanzio in base al quale Costantino la sera precedente la battaglia sognò di essere ammonito affinché ponesse sugli scudi dei soldati la “crux monogrammatica” (una X con una curva arrotondata alla cima simile al monogramma di Cristo) ed Eusebio, storico di corte, che descrisse l’avvenimento con maggiori dettagli. Narrò infatti che Costantino pregò il giorno prima il Dio dei cristiani di aiutarlo, ed ecco che la sera, al di sopra del sole che tramontava, tutto l’esercito vide in cielo una croce luminosa con le parole “in hoc signo vinces”. Nella notte gli apparve Cristo con la croce che gli comandava di far riprodurre quel segno e di portarlo in battaglia. Così Costantino fece predisporre uno stendardo (detto labaro imperiale), su una lunga asta con al centro una corona e il monogramma di Cristo che successivamente farà appore anche sugli elmi dei soldati. Sotto allo stendardo aveva fatto pendere un drappo con la sua immagine e quella dei suoi figli.

Come è noto, Costantino sgominò Massenzio a Saxa Rubra (sassi rossi). Infatti, l’esercito di Massenzio indietreggiò sul Tevere scompostamente, franando clamorosamente a Ponte Milvio.

Da quel momento iniziò l’evoluzione religiosa di Costantino che, dopo il successivo matrimonio della sorellastra con Licinio, firmò insieme a lui l’accordo di Milano del 313,( impropriamente definito Editto), emerso da due lettere scritte dallo stesso Licinio in base alle quali venne riconosciuta la libertà religiosa e di culto, secondo coscienza, per tutti ma specie per i cristiani e vennero emanate disposizioni molte generose e benevole verso il Cristianesimo con notevoli riconoscimenti giuridici dei diritti dei cristiani.

Successivamente Costantino fece una proficua legislazione filo cristiana. In essa nel 321 d.C., in omaggio al giorno del Signore, istituì il riposo domenicale dal lavoro praticato a tutt’oggi (legge domenicale) e ancora l’immunità per il clero oltre ad ulteriori privilegi giuridici e amministrativi. Si compiacque da allora sino alla fine della sua vita di un notevole mecenatismo verso il Cristianesimo. L’evoluzione verso la religione si vide anche da punto di vista artistico e familiare. A Roma aumentarono i luoghi di culto: quaranta basiliche fra cui San Pietro in Vaticano, San Sebastiano sulla via Appia, Sant’Agnese, il palazzo del Laterano a disposizione del Papa sin dal 314. Fu edificato in Gerusalemme il complesso del Santo Sepolcro e quando nel 330, per sottrarsi ad un Senato ancora per lo più pagano e molto invadente, trasferì la capitale dell’Impero a Costantinopoli, si fece preparare la sua tomba nella chiesa dei Dodici Apostoli, ritenendosi simile a loro. Inoltre, la madre Elena e le sorellastre di Costantino furono tutte cristiane. Elena divenne addirittura santa.

Costantino potette trasferire la capitale a Costantinopoli in quanto il cognato Licinio si dimostrò quasi subito poco propenso al Cristianesimo, nonostante l’accordo di Milano, ed anche per ambizioni di potere si comportò in modo quasi provocatorio e persecutorio nei confronti della Chiesa d’Oriente, entrando in conflitto con Costantino. Questi con una serie di battaglie sotto l’insegna cristiana del labaro lo vinse più volte e alla fine lo fece uccidere, divenendo imperatore di entrambi gli Imperi, nel 324 d.C. Le sue prime disposizioni imperiali furono quelle di sanare le ingiustizie patite dai cristiani sotto il potere di Licinio in Oriente. In particolare, divenne con più forza il baluardo e il difensore del Cristianesimo, convocando, probabilmente con il primo atto di Cesaropapismo (potere temporale predominante su quello religioso) il Concilio di Nicea nel 325 d.C., allo scopo di condannare l’eresia di Ario.

Ario era un prete di Alessandra di Egitto che negava la divinità di Cristo quale seconda persona della Santissima Trinità. Cristo, secondo Ario, non sarebbe stato il figlio di Dio come da tradizione, bensì la più eccellente delle sue creature, definita figlio per accomodamento linguistico, ma diverso dal Padre per natura: Cristo sarebbe stato inferiore per autorità e dignità!

Il Concilio di Nicea condannò l’eresia stabilendo “la consustanzialità” (la stessa sostanza del Padre). Quello che fu stabilito nel Concilio di Nicea lo ritroviamo ancora oggi nelle parole del “Credo” dei cristiani.

Ario andò in esilio in Germania. L’arianesimo perdette di vitalità in Occidente ma non in Germania, per cui si radicò fra i barbari germanici che infatti furono per lo più ariani.

Da quanto sopra narrato emerge che tutta la vita di Costantino fu spesa a tutela del Cristianesimo, così appare curioso e per certi versi sconcertante che verso la fine della sua vita si sia fatto catechizzare e battezzare incredibilmente proprio da un ariano, Eusebio di Nicomedia, restando famoso per essere stato il primo Imperatore cristiano che alla vigilia della sua morte ricevette il battesimo per mano di un eretico.

Costantino morì il 22 maggio del 337 e a lui la Chiesa deve il consolidamento durante il suo Impero.

(Tratto principalmente dalle lezioni del Prof. Pierluigi Guiducci e dalla sua “Storia della Chiesa- Epoca antica”, con ulteriori approfondimenti storici acquisiti da diversi siti web.)

Data di pubblicazione del 31 - 03 - 2020

La scrittura nell’antico Egitto e la Stele di Rosetta

La storia della civiltà egiziana, tramandata da quando era stata inventata la loro scrittura circa 3.000 a.C., (i Greci l’avevano inventata appena 1000 anni prima di Cristo), oltre ad essere più antica di ogni altra, è considerata una conquista della Scienza moderna. Infatti la si conosceva molto poco e solo attraverso gli scritti in greco di Erodoto e Diodoro Siculo e pochi altri. Sino alla fine del XVIII° secolo, le conoscenze, risalenti ai sopracitati storici erano incomplete, contraddittorie e piene di favole. Si deve alla spedizione napoleonica in Egitto la scoperta della decifrazione dei geroglifici con i quali gli Egizi raccontavano la propria storia. La spedizione napoleonica in Egitto (1798), fu infatti costituita anche da studiosi. Ciò consentì la riscoperta di una civiltà rimasta silente per secoli. Guidava i lavori scientifici, uno dei padri fondatori della moderna egittologia Vivant Denon, che nel 1802 pubblicò a Parigi l'opera “Voyage dans la basse et la haute Egypte pendant les campagnes du general Bonaparte”. Ciò suscitò curiosità ed entusiasmo e numerosi furono i viaggiatori, gli artisti e gli scienziati che, in quel periodo, visitarono il paese. Tra questi si ricorda l'egittologo Jean Francois Champollion che, grazie alla stele di Rosetta, decifrò la scrittura geroglifica egizia e rese possibile ai ricercatori del suo tempo e ai futuri, la lettura di tutti i documenti scolpiti sulla pietra e scritti sul papiro che l'aria asciutta della valle del Nilo aveva preservato. Il testo era scritto in tre alfabeti: geroglifico (usato sui monumenti e decreti reali), in demotico  (alfabeto egizio per redigere atti amministrativi) e in greco. Sacerdoti e i funzionari usavano anche un alfabeto più semplice e scorrevole detto ieratico .

Data di pubblicazione 29 - 02 - 2020

L'alimentazione nell'Antico Egitto

 Gli antichi egiziani ritenevano che dopo la morte l’anima avesse ancora bisogno di mangiare, di bere e di tutte le cose di cui godeva in vita. L’antica saggezza egiziana non esitava ad ammonire contro gli stravizi e le esagerazioni della tavola! In alcuni papiri con “insegnamenti morali” si leggono infatti delle massime “Non ti abbuffare di cibo: chi lo fa avrà la vita abbreviata”, oppure “è gran lode dell’uomo saggio contenersi nel mangiare.

Il pane e la birra erano la base dell’alimentazione degli antichi egiziani. L’aratura e la semina del grano e dell’orzo avvenivano appena l’acqua del Nilo si era ritirata; dopo la mietitura i chicchi di cereali erano stivati dentro granai a forma di silos, sotto gli occhi attenti degli scribi che registravano accuratamente il numero dei sacchi versati nei granai. Poiché nell’antico Egitto non esisteva la moneta, ma solo il baratto, i cereali costituivano spesso lo stipendio mensile dei lavoratori.I cereali coltivati nella valle del Nilo erano essenzialmente tre: il farro (triticum dicoccum), un tipo di frumento (probabilmente triticum aestivum) e l’orzo (hordeum sativum vulgare).L’avanzo dell’impasto, ottenuto dai chicchi tritati, del giorno precedente serviva a far lievitare il pane. La cottura avveniva in forni domestici, o anche su lastre di pietra arroventata. Gli egizi producevano 40 tipi diversi di pane: da quelli più comuni (una piadina morbida non lievitata) a quelli più ricercati ben lievitati di farina di grano. I pani d’orzo servivano soprattutto alla fabbricazione della birra, tolti dal forno prima della completa cottura, venivano imbevuti di liquore di datteri e di miele e lasciati a fermentare; quindi venivano pressati e filtrati: la birra ottenuta non molto alcolica veniva conservata in giare accuratamente tappate.

Anche la caccia e la pesca erano alla base della loro alimentazione. La caccia agli uccelli, serviva a riempire, insieme al pesce, le mense delle famiglie dei ceti più bassi: si trattava soprattutto di piccioni, anatre, oche, gru e vari tipi di uccelli acquatici. Le uova, anche di struzzo,ma non di gallina perché importata successivamente dai Greci, erano presenti sulla mensa egizia.

L’allevamento a scopo alimentare era praticato soprattutto per i bovini, utilizzati anche per i lavori agricoli, e per ovini e caprini, conigli maiali e perfino iene e gazzelle. Con il sangue degli animali soppressi producevano una specie di sanguinaccio, mentre il fegato, molto apprezzato, poteva servire anche ad insaporire delle focacce; il grasso era usato per cucinare.

I pesci del Nilo pescati erano; anguille, carpe e pesci gatto, cucinati di solito arrostiti o lessati. Le uova estratte dalla loro pulitura venivano salate e conservate. Fra le tecniche di pesca la più usata era quella con la rete a strascico.

Vino e olio

L’uva, sia come frutto che per produrre il vino, fu coltivata sin dal 3200 a.C, anche se come bevanda non ebbe mai la diffusione della birra. Dopo la pigiatura il succo d’uva era versato in anfore e lasciato fermentare, quindi le anfore venivano tappate.

Come per la birra, il vino poteva essere arricchito con alcuni ingredienti per variarne sapore e gradazione.

La coltivazione dell’ulivo risale al 1950 circa a.C. ma l’olio d’oliva non fu tra i più usati in cucina. Gli oli più utilizzati per condire e per friggere erano l’olio di sesamo, l’olio di lino e soprattutto l’olio bak tratto dalla noce di moringa; (La moringa oleifera, nota anche come "albero miracoloso", veniva utilizzato non solo a fini alimentari, ma anche per uso medico e cosmetico).Conosciuti e utilizzati furono il sale e alcune erbe aromatiche, come il ginepro, l’anice, il coriandolo, il cumino, il prezzemolo e il finocchio.

Frutta e verdura

Nei frutteti venivano coltivati cocomeri, meloni, fichi, palme da dattero e, solo successivamente, meli e melograni. Veniva raccolta anche la frutta selvatica, come le giuggiole, e le noci di palma dum. Veniva utilizzato anche il frutto della mandragora considerato afrodisiaco. Negli orti abbondavano numerose varietà di verdure, tra cui cipolle, porri, aglio, sedano, cetrioli e soprattutto ceci, fave e lenticchie, solo più tardi i piselli. Particolarmente coltivata era la lattuga, considerata anche afrodisiaca, i cui cespi raggiungevano grandi dimensioni: forse per questo motivo la lattuga era sacra al dio Min, protettore della fecondità.

I Menu preferiti dagli Egizi

Piatto nazionale- Zuppa di fave.

Piatto delle feste-Piccioni arrostiti ripieni di mandorle, semola e cipolle

-Pesci fritti ripassati in aceto di palma e aglio

-Fegato di agnello marinato consumato crudo

-Polpette di legumi aromatizzati con numerose spezie.

I dolci erano a base di frutti. Si mangiava con le mani preventivamente lavate. I ricchi usavano servizi da tavola in materiale pregiato, spesso di alabastro

Data di pubblicazione 31 - 01 - 2020

I passatempi nell’antico Egitto

 Oltre che con lauti banchetti, si divertivano con le battute di caccia, con l’aiuto di cani e gatti ammaestrati. Utilizzavano anche archi e frecce, giavellotti, boomerang, e asce. Adoravano la lotta, diretta da un arbitro, nonché la scherma e la corsa, ritenute non solo un mezzo di divertimento agonistico, ma anche un mezzo per irrobustire il corpo, preziosa sede dell’anima. Le feste erano molto amate. Nell’antico Egitto esisteva un ricco calendario di feste che duravano parecchi giorni o settimane, che avevano lo scopo di celebrare avvenimenti mitologici, politici, astrologici e legati al ciclo delle stagioni e dei raccolti. Citiamo solo la festa dell’Anno nuovo, il nostro Capodanno, che per loro era il 19 luglio, e coincideva con l’inizio della piena del Nilo, e anche la festa del Giubileo reale, che celebrava i primi trenta anni di regno del sovrano e che aveva una funzione rigenerante della sua autorità divina.

Data di pubblicazione 31 -12 -2019

La Casa  nell’antico Egitto

Quel che è rimasto dell'edilizia civile egizia consente agli archeologi osservazioni interessanti. All'esterno della valle del Nilo, sono venuti alla luce numerosi insediamenti, mentre lungo il Nilo l'alto tasso di umidità ne ha impedito la conservazione nel tempo.

Si tratta di abitazioni che variavano nelle dimensioni; la casa tipo del funzionario era caratterizzata da un piano terra destinato alle attività commerciali, il primo piano

Al ricevimento degli ospiti, il secondo alle stanze da letto.

I vari piani erano collegati da una scala che arrivava fino al granaio. Nella parte alta spesso trovavano posto anche poveri alloggi per i servi.

Ad Amarna, dove i lavori di scavo hanno evidenziato l'esistenza di una vasta area abitativa, le case degli amministratori e dei ricchi erano caratterizzate da un vasto cortile d'accesso rettangolare occupato da una piscina, popolata di pesci e decorata da piante acquatiche galleggianti. I muri interni erano decorati da affreschi.

I costruttori di tombe di Deir El Medina, vivevano invece in case realizzate in mattoni crudi. Le stanze in genere erano solo quattro, di modeste dimensioni.

Ma per i non benestanti c’era solo un’unica stanza, fatta di mattoni a crudo cioè con fango o argilla impastata con la paglia. Il focolare era in un cortile all’aperto, delimitato da un muro costruito con lo stesso materiale.

L'arredamento della casa egiziana era essenziale: panche, stuoie, letti in vimini e poggiatesta, ma solo per i più benestanti. Nelle ore buie venivano utilizzate delle ciotole di ceramica riempite di olio su cui galleggiava uno stoppino in fibra vegetale.

Data di pubblicazione 30 -11 -2019

La condizione della donna nell'antico Egitto.   

 Nell’antico Egitto gli uomini e le donne avevano una condizione di pari dignità, medesimi diritti e stessi doveri.

Tra la terza e la quarta dinastia ci fu una svolta importante nel diritto familiare e la donna non fu la signora della casa ma poteva anche ereditare, amministrare i suoi beni e decidere a chi lasciarli. Godeva quindi di uno status sociale uguale all’uomo con un ruolo societario di vitale importanza a qualunque livello qualunque fosse il suo ruolo. Ognuno aveva funzioni specifiche ugualmente rilevanti senza alcuna prevaricazione ma sia l’uomo che la donna contribuivano, senza antagonismi, nel mutuo soccorso con equilibrio.

Socialmente la donna aveva un ruolo attivo e la sua educazione poteva essere di eguale livello a quella maschile. Era loro consentito di accedere alle scuole di palazzo e del tempio e, se meritevoli, raggiungevano i vari gradi di istruzione. Si sono quindi avute donne faraone, visir, giudice, scriba, sovrintendente, ispettore, sacerdotessa ma anche medico e ostetrica. Tutto ciò nell’antico regno (2650 2150 a.c. Nel medio regno le cariche amministrative alle donne diminuiscono e lasciano spazio alla Signora della casa. La donna è moglie e padrona della casa con tutte le responsabilità relative. Nel basso regno, le donne quasi scompaiono dall’ amministrazione statale, salvo venire richiamate nei periodi di sovraccarico di lavoro dei mariti!!!!!

Altrettanto determinante fu il ruolo femminile nelle attività più comuni. Nel lavoro dei campi, nella lavorazione del pane e della birra.

Nella filatura del lino e della lana, nella tessitura, nella preparazione dei profumi.

E ancora come prefica, ballerina, musicista, cantante.

Alla donna erano affidati la buona riuscita della vita familiare, la prosperità della famiglia, la crescita dei figli. Al raggiungimento della maggiore età ogni figlio, maschio o femmina, se lo desiderava, poteva lasciare la famiglia di origine e intraprendere una vita indipendente.

Ma i sentimenti familiari furono sempre molto forti come testimoniano i reperti funerari e gli scritti a noi giunti.: <Rendile in misura doppia il pane che ti diede tua madre, e portala dove lei ti portò. Tu fosti per lei un carico faticoso e pesante, ma lei non ti lasciò neppure quando giungesti in porto. I suoi seni ti nutrirono per tre anni. Non si disgustò mai della tua sporcizia e non si scoraggiò dicendo che cosa si deve ancora fare. Quando ti condusse a scuola. Allorchè ti insegnava a scrivere. Ogni giorno si prese cura del tuo nutrimento portando il pane e la birra da casa sua>.

Era importante che la famiglia fosse numerosa. Si consigliava il matrimonio in giovine età, data l’alta mortalità per parto, gli uomini si sposavano più volte, ma sempre in regime di monogamia. Solo i faraoni e gli alti dignitari erano poligami e ciò era dovuto a questioni economiche.

In Egitto non si portava la sposa all’altare, nessun sacerdote suggellava l’unione, non si scambiavano gli anelli, ma si diceva:” Proviamo”. Se andava bene si poteva stilare il contratto di nozze. I partners potevano essere fratello e sorella, cugina e cugino, zio e nipote… non contava un gran che. Più si era ricchi e maggiori erano le libertà.

Poche le unioni combinate. L’amore era alla base di ogni unione e la fedeltà coniugale ricopre un ruolo importantissimo. Ma l’adulterio, detto il grande crimine, sarà la causa maggiore dei divorzi e dei ripudi. Ma l’infedeltà del marito spesso era tollerata, la donna al contrario subiva frustate e molto spesso anche l’amputazione di un orecchio o del naso.

Il matrimonio era un contratto per la vita e tutelava la donna che oltre ad essere mantenuta dal marito doveva avere, in caso di divorzio per sua colpa, i beni decurtati solo di un terzo come indennizzo per il marito. In caso di vedovanza era previsto anche l’usufrutto e la divisione del patrimonio familiare con i figli.

I giovani venivano esortati alle pratiche sessuali prima del matrimonio. Apro una parentesi. La prostituzione era una pratica molto comune. Le prostitute, spesso straniere (fenicie, nubiane, della Mesopotamia), esercitavano sia in casa che sulla strada, era riconoscibili da tatuaggi sulle cosce così come riscontrato da numerose suppellettili trovate nelle tombe.

In campo medico gli egizi erano davvero molto avanti e riuscivano a fornire le donne di contraccettivi efficaci e pozioni abortive.

Erano anche capaci di stabilire il sesso del nascituro come informa il papiro n. 199 di Berlino: <Metterai dell’orzo e del grano in due sacchi di tela e così pure dei datteri e della sabbia, sempre nei due sacchi. Se l’orzo e il grano germogliano entrambi ella genererà. Se germoglia prima l’orzo sarà maschio, se germoglia prima il grano sarà una femmina. se non germoglia né l’uno né l’altro ella non genererà>.

Possiamo chiudere il discorso sulla donna con una frase della Dottrina della Saggezza di Ptahhotep: <Se vuoi che l’amicizia duri nella tua casa, dove tu puoi entrare come padrone o fratello o amico e in altro luogo tu sia, guardati dall’amicizia alle donne.>



Data di pubblicazione 31 -10 -2019 

L’igiene, la cura del corpo, l’abbigliamento e la cosmesi nell'antico Egitto.   

Gli egizi avevano una straordinaria cura per l’igiene personale. Si lavavano quattro volte al giorno e ogni qual volta mangiavano, prima e dopo, si lavavano le mani.

Usavano la cosmesi per valorizzare le loro doti e i loro canoni estetici; privilegiavano un fisico snello che esaltava l’eleganza dell’abbigliamento, spesso succinto a causa del clima caldo: le loro immagini sono di una bellezza attuale, quasi tratte da una rivista di moda dei nostri giorni.

Visitando i musei egizi si resta sorpresi dalla straordinaria civiltà e tecnologia raggiunte nell’uso dei prodotti e oggetti che ancora oggi sono presenti nelle nostre case: il latte e le sostanze detergenti per il bagno e l’igiene dentaria, creme deterrenti per gli insetti, olii per i massaggi e la morbidezza della pelle (olio di ricino, di mandorla, d’oliva, di sesamo),creme antirughe create con resina balsamica (mirra), i cosmetici per il trucco (preparati persino con polvere di pietre preziose come turchese e malachite), i profumi, creme rassodanti, belletti (ci si schiariva la pelle con la biacca che aveva varie tonalità e quella più ambrata veniva usata come l’attuale rossetto per le labbra, si contornavano gli occhi con il kohl nero estratto dalla galena e malachite, le unghie e le palme dei piedi e delle mani, ma anche i capelli, con una tintura a base di hennè). Il tutto contenuto in vasetti di pasta vitrea, detta faience  o addirittura di alabastro, a loro volta racchiusi in preziosi cofanetti  di legno intarsiato.

Accanto ad essi strumenti come bastoncini e spatole per applicare le creme, pinzette depilatorie, pettini, spille, specchi allora fabbricati con lamine riflettenti di metallo prezioso per i ricchi mentre per i meno abbienti in rame o bronzo.

L’arte della tessitura che aveva raggiunto la perfezione ci ha lasciato numerosi esempi di abbigliamento femminile  tra i quali il più famoso è la tunica di lino, lunga fino ai piedi, leggera ed aderente, per sottolineare la bellezza e le forme del corpo. Si annodava sulla spalla sinistra e lasciava libera la destra, a volte si annodava sotto il seno. Si allargava al di sotto della cintura. Rigorosamente bianca ma anche, con qualche filo di tessuto tinto di rossiccio o marrone, con composizioni geometriche. Le braccia scoperte consentivano di indossare bracciali importanti e si usavano anche molte collane, perle, e ornamenti vari. Esistevano anche abiti più semplici e persino il perizoma simile all’attuale nostro e anche soprabiti per ripararsi dal freddo.

Anche la biancheria da bagno assomiglia molto ai modelli attuali così come le parrucche (che venivano intrise di resine e cere per proteggerle dai pidocchi), cinture e calzature, queste ultime semplici e leggere. Il sandalo infradito è una invenzione della moda egizia.

Ma perché tanta attenzione al corpo? Per gli egizi era sacro in quanto casa dell’anima.

Credevano che Osiride, in punto di morte, ponesse due domande: “Hai dato felicità?” “Hai avuto felicità”. Le due azioni erano un dovere sacro e la risposta, se affermativa, significava che avevano celebrato la vita diffondendo gioia, anche con il loro corpo.