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Data di pubblicazione 31 -05 -2020


Il mondo in tasca
(L'amore)
di 

Michele Marchetti


Tratto dalla raccolta di racconti :
Il Mondo in tasca
Frammenti d'amore
Giuseppe Aletti Editore

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Data di pubblicazione 30 -04 -2020

  "Il Ballo"di Giuseppe Maria Bellomo     

Io non ho bisogno di un’aspirina quando ho il mal di testa, e non ho bisogno di annegare i miei pensieri in una coppa di champagne quando sono triste.

Io, semplicemente vado a ballare. Ma non sempre riesco a guadagnare l’ingresso, specialmente quando è consentito solo alle coppie.

L’ultima volta mi andò decisamente male. Quel rifiuto lo considero ancora oggi una sconfitta! Torno a casa, mi guardo allo specchio e capisco che ho bisogno di consolazione. Vado a trovare i miei amici di sempre, Marco Maria Salice e la signorina Ziti, proponendomi per quella sera di accompagnarli al Rosalind; un popolare locale da ballo.  La signorina Ziti, quando capì il motivo del mio cruccio, si alzò flessuosa e arruffò civettuola i miei capelli con le sue dita affusolate. Poi la sua mano scivolò sensuale lungo il mio collo, avvicinò le labbra al mio orecchio e con un filo di voce sussurrò:

“ Forse avresti dovuto invitare Adda. E’ sempre la mia migliore amica. Con lei le cose sarebbero andate diversamente. Sicuramente ti avrebbero fatto entrare”

Ecco, ci risiamo, pensai. Prima o poi salta fuori Adda! Non che sia peggio della signorina Ziti, ma non è nemmeno meglio.

Insomma Adda è facile da dimenticare. I suoi denti aguzzi, la sua risata cavallina, le sue labbra sempre attorcigliate alla ricerca della parola giusta, le sue gambe lunghe e ossute; ebbene tutto questo, al solo pensiero, mi manda in depressione.

Accendo una sigaretta e mi accorgo che, contrariamente a quanto mi aspettavo, le mie mani non tremano. Rifaccio con gli occhi il giro della stanza alla ricerca di un punto dove scaricare la mia delusione e alla fine mi concentro sul massiccio lampadario che penzola solitario dal soffitto.

Che dire della signorina Adda? Frugo velocemente nella mia mente e trovo la risposta giusta: “Niente!“

Marco Maria si alzò lentamente dal sofà, mi girò intorno come un moscone e mi fissò riflesso nello specchio della credenza.

“A volte penso che ci guadagno ad esserti amico” disse con tono mesto.

Non gli risposi e non mi ribellai. Ero come incantato dal massiccio lampadario che affondava il suo carico di cristalli sfaccettati nel vuoto. Ora scintillava con irritante insistenza come i ninnoli della signorina Ziti, già pronta e riccamente addobbata per il primo abbraccio, al primo passo di danza.

“Oh suvvia, andiamo a ballare, è quasi ora” disse lei, e lo disse bene allungando il muso in segno di supplica.

Marco Maria si aggiustò la giacca a doppio petto stiracchiandone i bordi con un gesto veloce delle mani, poi fece schioccare le dita due volte come a voler richiamare la mia attenzione.

“Questa è la tua serata fortunata; pensa, ci sarà anche la signorina Adda” disse ridacchiando sornione. A quarant’anni suonati il mio amico mancava di tatto. Lo guardai con occhio critico e notai che mancava anche di capelli. Portava lenti a contatto che di tanto in tanto gli permettevano di cambiare colore ai suoi occhi, per natura grigi e decisamente piccoli. In compenso aveva una voce calda in chiave di basso che, quando non ti mandava fuori dai gangheri, conciliava il sonno.

“Vada per la signorina Adda“  dissi senza convinzione, per non perdere l’occasione di una serata danzante. La signorina Ziti si concesse il piacere di grattarsi una coscia e rivolta a Marco Maria, commentò speranzosa:

“Povera Adda! Speriamo che questa sia la volta buona!”

Marco Maria mi lanciò uno sguardo da ultimatum, poi afferrò la signorina Ziti sottobraccio e senza aggiungere altro si avviò verso l’uscita.

Arrivammo al Rosalind in tempo per un foxtrot. L’incontro con la signorina Adda fu formale. Il tempo di un bacetto, poi tutti giù in pista ad ancheggiare a ritmo di musica. La sala da ballo, illuminata da luci soffuse e psichedeliche, era piena di gente, quasi tutta in età matura. Le coppie affollavano la pista da ballo sgomitando per conquistare più spazio per le loro giravolte. Sorridevano tutti. L’orchestra era composta da un gruppo ben assortito di musicisti. Si distingueva, Fra tutti, il trombettista che, quando attaccava, metteva gli altri strumenti in sottofondo.

Era un uomo massiccio con un volto rotondo e una pancia prominente sovrastata da un paio di bretelle larghe e rosse. Prima di attaccare il suo pezzo, pressava tutti i tasti della tromba a vuoto con un movimento veloce e ripetitivo delle dita, poi si inseriva di botto nel ritmo alzando la tromba verso l’alto e reclinando la testa indietro come in un gesto di diniego. Mentre suonava, con le guance rigonfie e il petto dilatato per lo sforzo, il suo volto diventava paonazzo. Ai suoi acuti facevano seguito le note calde e vibranti del contrabbasso. Note pizzicate e alternate da veloci ticchettii delle nocche della mano destra sul legno del contrabbasso. Ogni tanto, quando il ritmo glielo consentiva, lo faceva girare sul suo perno, riprendendo la nota appena in tempo con l’arcata successiva.  Il contrabbassista era un uomo alto e allampanato con due baffetti appena accennati. Vestiva un abito blu impreziosito da una cravatta a farfalla e sfoderava un sorriso largo e coinvolgente ogni qualvolta che lo spartito gli indicava di entrare. Da soli quei due avrebbero fatto un’orchestra.

C’era anche il clarinettista che, scuotendo la testa a suon di musica, accompagnava il pezzo spingendo il collo in avanti alla ricerca del clarinetto, fino a serrarne il bocchello con le labbra. Ad ogni cambio di ritmo socchiudeva gli occhi e allargava le narici, seguendo con partecipazione la melodia del pezzo. Era come se stesse facendo l’inventario delle note. Il più dinamico, comunque, era il batterista. Non un batterista comune ma un virtuoso della grancassa. Faceva saltare le bacchette da una mano all’altra, alternando il tocco dei tamburi al tocco dei piatti. Marcava il tempo a beneficio di tutta l’orchestrina tanto che, senza di lui, ogni strumento avrebbe preso la propria strada. Il batterista era un uomo di mezza età che nascondeva la sua calvizie con un berrettino a visiera tipo Yankee. Non aveva davanti a se uno spartito ma accompagnava l’orchestra ad orecchio e gli altri si accodavano al suo ritmo.

La musica, la musica…

La signorina Ziti, avvinghiata a Marco Maria, marcava estasiata i passi di danza. Lui le cingeva la vita con la mano sinistra tenendo appoggiata la mano di lei sul palmo della sua mano destra. Di tanto in tanto le imprimeva un movimento rotatorio che la faceva girare su se stessa come una trottola, pronto a riafferrarla a giro concluso.

Quando la melodia si faceva struggente, le cingeva la vita con tutte e due le mani forzando il suo corpo contro quello di lei, dondolandosi senza muovere passo.

Poi l’orchestra attaccò il tango delle capinere, un pezzo classico di grande popolarità, e tutte le bocche si scucirono in un canto melodico fatto di suoni indecifrabili, come se ognuno fosse in lizza per un premio al festival della canzone.

Seduto al tavolo, davanti a un provvidenziale martini, ammiro la ressa che si era scatenata nella sala da ballo, cercando di valutare quali erano le mie possibili alternative all’abbraccio scontato con la signorina Adda.

Purtroppo per me, vedevo solo coppie ben affiatate che certamente non avrebbero gradito la mia intrusione. Sfoderai un mezzo sorriso guardandola fugacemente. Al mio sguardo la signorina Adda si alzò repentina e fu così che me la ritrovai accovacciata fra le mie braccia tra una nota e l’altra del canto delle capinere.

Un passo tira l’altro, mi raccontò la noia della sua vita e di quanto ci tenesse a rivedermi presto. Cerco di mantenere il passo cadenzandolo con le sue continue cantilene. L’allontano delicatamente dal mio petto seguendo il ritmo della musica e con le mani libere e i pugni semi aperti, alzati al cielo, mi dimeno dondolando, ora su una gamba ora sull’altra e volgendo lo sguardo altrove. Poi la musica finì e con gran sollievo ricondussi la signorina Adda  al  tavolo. Lei attorcigliò le labbra, come solo lei sa fare, e senza preavviso mi schioccò un bacio sulla guancia.

Un cameriere si avvicinò al tavolo svolazzando i fogli di un taccuino.

“Il bis? ” disse e si allontanò ancor prima di avere ricevuto una conferma. Marco Maria e la signorina Ziti rientrarono dalla pista  da ballo appena in tempo per vedere approdare al tavolo la nuova ordinazione.

 “Bene” disse lui.

“Ci voleva“ disse lei e cominciò a sorseggiare il suo martini non prima di aver fatto cin cin con Marco Maria.

Preso da spirito di emulazione anch’io alzai il bicchiere e senza pensarci più di tanto, feci cin cin con la signorina Adda.

Fu un attimo, lei posò il bicchiere, ispirò profondamente dal naso e senza darmi un preavviso, mi schioccò un altro bacio voluttuoso sulla guancia.

“Che ti avevo detto?” sussurrò la signorina Ziti a Marco Maria.

Impotente, mi accasciai sulla sedia e mi pentii di non avere ordinato qualcosa di più forte. La serata comunque prometteva bene. Me ne resi conto quando la signorina Adda sobbalzò dalla sedia come se fosse stata caricata a molla e con la mano svolazzante fece cenni festosi ad un nuovo arrivato.

“Gianni, Gianni” chiamò a tutto tondo cercando di sovrastare, con la sua voce stridula, il frastuono della musica.

Gianni si voltò incuriosito, ammiccò ben bene fra la coltre di luci fumogene e finalmente accennò un saluto con la mano. Lei si alzò tutta contenta e i due si incontrarono a metà pista. Non potei vedere la scena dell’incontro perché oscurata da una muraglia di gente in movimento, ma sicuramente lo aveva accolto con uno dei suoi baci sulla guancia con le labbra attorcigliate. Non passò molto che accompagnò Gianni al tavolo e ce lo presentò come fosse un trofeo. Gianni era un uomo basso di mezza età completamente calvo con una testa grande come un pallone da calcio e un viso rosso come un peperone. Le labbra carnose, quando si schiudevano, mostravano due filari di denti ingialliti dal fumo ma decisamente massicci. Non mi ci volle molto per capire che Gianni era una sua vecchia fiamma e che lei non voleva farsi sfuggire quella imprevista occasione per un incontro di riavvicinamento.

Appena la musica accennò il nuovo ballo lei lo prese per mano, non prima di avermi rivolto un sorriso civettuolo, e lo condusse in pista. Ogni tanto li vedevo apparire fra una coppia e l’altra. Lui la teneva stretta su un fianco mentre la sospingeva avanti e indietro a suon di musica. Lei reclinava la testa mostrando il collo affusolato e scuotendo i lunghi capelli che le spiovevano sulle spalle.

“Non disperare“ sospirò la signorina Ziti, convinta che ero dispiaciuto per la fuga della sua più cara amica con il nuovo arrivato.

“Vedrai che vi rincontrerete presto” mi rassicurò Marco Maria mentre dava fondo al suo bicchiere. Li guardai scuotendo la testa, cercando di non far trapelare il mio sollievo e uscii dal Rosalind senza una meta se non quella di respirare una boccata d’aria fresca. Fuori la luna piena illuminò il volto sereno di un uomo libero, senza l’assillo dell’anima gemella. Mi sembrò come se la vita scorresse tranquilla sotto il cielo stellato.

Data di pubblicazione 31 -03 -2020

Umanità?!... cos’è l’Umanità?... aspetta, consulto il vocabolario…

vediamo… Umanità… ecco!

 “L’essere uomo, condizione umana, con riferimento ai caratteri, alle qualità, ai vantaggi e ai limiti inerenti a tale condizione: la fragilità, la debolezza, i difetti, l’imperfezione…”

 C’è un’appendice…

“Sentimento di solidarietà umana di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini…”

Ma dai… e da quando?

 Ho capito perché mi hai mandato!

Della parola Umanità si è perso il significato e non hai più motivo di sostenerla…

già… l’Uomo ha smesso di essere Uomo!

 Che senso avrebbe portare avanti una creatura ostile senza più i valori con cui è stata generata?

 In un passato molto lontano mandasti tuo Figlio a portare saggezza, umiltà, bontà e fede affinché si ravvedesse… non è bastato?

… capisco!

Adesso sei stufo e hai deciso di usare il pugno duro… va bene, però permettimi…

Devo proprio farla io la parte del duro?

Sono stato creato apposta, va bene… ma perché non lasciare un piccolo spiraglio?

 SONO ADIRATO E DELUSO!

AVREI VOGLIA DI CANCELLARE TUTTO SENZA PIÙ RICOMINCIARE…

SBAGLIAI DURANTE IL DILUVIO A DAR RETTA A NOÈ,

SBAGLIAI POI A DAR RETTA A MIO FIGLIO E… NON VORREI SBAGLIARE DI NUOVO…

HANNO INFANGATO LA MIA CREAZIONE, IL LORO HABITAT…

HANNO SPUTATO SULLA LORO VITA E SU QUELLA DEGLI ALTRI…

COSA PUÒ ESSERCI ANCORA DI BUONO IN TUTTO QUESTO?

 Di buono c’è che molti di loro saprebbero come ripartire da zero!

Hanno solo bisogno di stimoli adesso!

È questo il motivo del mio mandato?!

Ah, ho capito… il mio è un lavoro a termine e scadrà con l’arrivo dei primi caldi…

Va bene, ora sono più tranquillo…

Ti ringrazio per aver ascoltato le mie parole…

Un inviato di nome CoVid-19

 di 

Pier Luigi Rinaldi

Data di pubblicazione 29 -02 -2020

I RACCONTI DELLA RONDINELLA di Pier Luigi Rinaldi

Perché non parli più?

Sono ben dieci minuti che sono davanti a te, muretto mio! Sono io! Son tornata dallo scorso autunno, ti ricordi?

Abbiamo passato due stagioni insieme… ed ora… perché fai finta di non vedermi? Non mi riconosci perché sono cambiata?

Ma sono io… la rondinella!

Ricordi il giorno che ho scoperto il tuo segreto?

Si! Intendo quando ti ho sentito parlare per la prima volta, mentre facevi il burlone, richiamando l’attenzione di qualche viandante dicendo “ehi! Dico a te!” e tutti si giravano per capire chi fosse a chiamarli ma, non vedendo nessuno, rimanevano con un palmo di naso e tu, sotto sotto, te la ridevi alla grande…

Quel giorno diventammo amici e continuammo a parlarci…

Questo è il terzo anno che torno da te ma… perché non mi rivolgi più la parola?

In quel preciso momento il muretto fece un gemito e iniziò a singhiozzare…

Ma tu… stai piangendo!? Ti ho fatto del male, forse?

Il muretto scosse un mattone come se stesse gesticolando la risposta…

No?! Ma allora cosa ti è successo?

Poi la rondinella, accorgendosi di una serie di macchie sul muro…

Ma cosa ti hanno fatto, ti hanno gettato dei secchi di vernice rossa addosso?

Il muretto continuò a scuotere il mattone e a singhiozzare…

No? Ma allora…

-Vedi? Disse lui

-Lo scorso inverno sono venute in gita molte famiglie per visitare questo posto; c’era gente di ogni religione e parte del mondo, grandi e piccini  che  gioivano  e  giocavano  insieme come fosse un’unica famiglia molto numerosa… poi qualcuno decise per tutti gli altri che questo non era un bene, perché la gioia non poteva dimorare in questa vita ma nell’aldilà dove erano stati promessi godimenti terreni piuttosto che spirituali ed una vita eterna vissuta nell’agiatezza e negli ozi; per cui un gran brutto giorno, mentre mi stavo divertendo anch’io da matti a vedere la gioia sprizzare dagli occhi dei bimbi e dei loro genitori, questo qualcuno si fece esplodere in mezzo a loro ponendo fine non solo a se stesso ma anche alla vita degli altri…

-Queste macchie che ora vedi addosso a me non sono di vernice ma è tutto ciò che rimane di loro…

-Ora hai capito perché sono triste?

-Rondinella, perché non rispondi?…

Ma la rondinella non rispondeva…

non poteva più farlo perché quel racconto gli aveva spezzato il cuore e giaceva  ormai muta, immobile, con gli occhi sbarrati dall’orrore ai piedi del suo amico muretto…


Data di pubblicazione 30 -11 -2019
  

  “Onorevoli colleghi, signore e signori…..”

Il ragioniere Teodoro Fiasco librò il braccio destro in aria in un gesto di magnificenza e sventagliò con mollezza le dita della mano mettendo in mostra l’anello del diploma, ben incastrato nell’anulare destro. L’occasione era unica e il ragioniere Fiasco lo sapeva. Dopo tanti anni di lunghi e angosciosi tentativi, finalmente era stato eletto consigliere comunale nella lista civica “Rocca Tana Svegliati”, un piccolo agglomerato di case aggrappate in cima al monte, capeggiata dal fornaio del paese e collegata alle sinistre. Alla fine la sua perseveranza lo aveva premiato. La prima volta ci aveva provato con la destra, ma gli andò male per una manciata di voti. Poi ci aveva riprovato con il centro, ma anche quella volta non ce l’aveva fatta, colpa del capolista che, sotto elezioni, fu arrestato per peculato e con lui crollò il partito. Questa volta ce l’aveva fatta subentrando, come primo dei non eletti, al candidato Porzio Ciaramella che, sofferente di cuore, alla buona notizia, per la forte emozione, schiantò dritto per terra, trovando appena il tempo di dire, con un sofferto sorriso sulle labbra, “sono tanto contento.”

Il neo sindaco, che era anche il sindaco uscente, consapevole delle sue frequentazioni trasversali, lo aveva allettato con la promessa di un assessorato e gli aveva chiesto di preparargli un discorso introduttivo che riepilogasse anche il programma elettorale, da leggere in occasione del suo insediamento. Glielo chiese ridacchiando sornione, tanto sapeva che erano solo promesse.

Il ragioniere Teodoro Fiasco, Totò per tutti, soddisfatto, già sognava la targa di ottone incastrata nel portone di casa: Ragioniere Teodoro Fiasco Assessore!

Si morse il labro inferiore e socchiuse gli occhi minaccioso ricordando tutte le volte che aveva dovuto difendere l’onorabilità di quel cognome soccombente, che diventava cocente provocazione ogni volta che mancava l’appuntamento con il seggio.

-“Nel fiasco sta il miglior vino!” rispondeva, suscitando benevole risate. Ma ora le cose sarebbero cambiate. Assorto nei suoi pensieri, non riusciva a trovare la giusta concentrazione per scrivere il discorso. C’era sempre qualcuno che lo distraeva.“ Totò passami la tabacchiera”… “ Totò dove hai messo il giornale”…“ Totò cosa vorresti per pranzo?”

Ma come si fa! Totò si massaggiò lentamente le tempia con i polpastrelli.

-“Non devo dimenticare il capo dell’opposizione. Quello poi, lo conosco bene e se non gli prometti il rinnovo della licenza per il diritto di pascolo ti manda tutto a carte quarant’otto !... Non parliamo poi del macellaio, anch’esso eletto nelle fila dell’opposizione. Lui vuole un mattatoio locale, evitando così di spostarsi a valle per l’approvvigionamento della carne. Se ne deve tener conto!”

Un suono stridulo si levò improvviso dalla strada. Totò sobbalzò in preda all’ira.

Era la banda cittadina che suonava la solita marcia tipo Disney in onore della festa del Santo Patrono.

-“Ci mancava anche la banda!”

Si affacciò inviperito alla finestra e si vendicò con i suoi più malevoli pregiudizi.

-“La banda cittadina!... al clarinetto il fratello del macellaio, che mai avrebbe distinto una croma da una semibiscroma, alla grancassa lo zio del fioraio, sempre fuori tempo, alla tromba…pensa tu, mio cugino che, se per ogni stecca gli davano un soldo, a quest’ora sarebbe ricco sfondato!”

La vide sfilare sotto la sua finestra alla testa del capobanda Gennaro Esposito, di estrazione napoletana, con i galloni e il bastone di comando, che ancheggiando ritmava i movimenti come se fosse in  Piazza del Plebiscito.

Il ragioniere Fiasco chiuse la finestra e con un lungo sospiro di sollievo, si piazzò davanti allo specchio grande della credenza e vi focalizzò la sua immagine.

- “Onorevoli colleghi, signore e signori…..”

Doveva essere un discorso breve ma di lungo respiro che lanciava uno zuccherino anche alle opposizioni. Si ricordò che durante la campagna elettorale si era sparso molto veleno in giro. Figurarsi che il tabaccaio, che aveva ancora la bandiera con lo stemma Sabaudo attaccata alla parete, ebbe pure a ridire sulla moglie del farmacista, candidato di centro, sol perché fumava un pacchetto di sigarette al giorno. Troppi per una vera signora!

-“Non parliamo del postino per carità di patria!”

Era il più temuto nel paese perché conosceva gli affari di tutti, neanche fosse il padre confessore. Era un vero guastatore. Stava sempre a strizzare l’occhio a qualcuno per dire male di qualcun altro, con il risultato che nessuno sapeva se era di destra o di sinistra. Totò, con un gesto deciso della mano allontanò da se quei cattivi pensieri e si concentrò a scremare il turbine di idee che gli ronzavano nella testa. C’era di che lavorarci sopra!

Fece dondolare il pollice della mano sinistra sbattendo ritmaticamente il polpastrello sulla guancia e

cominciò a scrivere attaccando di petto il capitolo della programmazione.

Primo punto: pubblica istruzione. Università di Rocca Tana….magari un distaccamento.

Secondo punto: lavori pubblici. Un ospedale… al limite un pronto soccorso.

Terzo punto: il Commercio. Un emporio comunale… magari un supermercato. Ci pensò su e scartò l’idea perché avrebbe messo sul piede di guerra la categoria dei piccoli commercianti, capeggiati da quel sant’uomo del macellaio, sempre pronto a far casino.

Quarto  punto: Agricoltura e Foreste. Idea! La fiera del bestiame!

Totò si stropiccio le mani con soddisfazione. Era l’uovo di Colombo. In paese tutti avevano un animale da comprare o da vendere. Ma poi convenne, con disappunto, che una fiera del bestiame la tenevano  già a valle, non lontano dal paese e scosse la testa contrariato.

-“No, la fiera del bestiame non si può.”

Quinto punto: Cultura e turismo.

- “Ah, qui occorre richiamare i valligiani sulle vette innevate, sulle vette alberate, sulle vette assolate di Rocca Tana! Occorre aprire un nuovo ristorante, costruire un nuovo albergo… occorre… occorre…” Il ragioniere Fiasco, rosso in viso per l’eccitazione, lasciò la sua postazione allo specchio e si diresse in cucina per sorseggiare un bicchiere d’acqua fresca di frigorifero.

-“Ah, manca sempre qualcosa” sussurrò, tamburellando il tavolo con le dita.

-“Ma non si può avere tutto. Anche le promesse hanno un limite!”

Disse, convinto, a sua discolpa. Poi un dubbio lo assalì.

-“A pensarci bene, però, perché i forestieri avrebbero voluto visitare Rocca Tana?..  Le uniche attrazioni erano la festa del Santo Patrono, e la strapaesana del formaggio di primo sale.”

Il ragioniere Fiasco riprese a massaggiarsi le tempia con i polpastrelli frugando nella memoria alla ricerca di qualche altra attrazione turistica. Alla fine un desolato, profondo sospiro con strascico di un flebile gemito, mise fine a quella impossibile ricerca.

-“Niente. Non c’è nemmeno una madonnina che piange… Che so, una fonte d’acqua miracolosa.”

Deluso passò al punto più cruciale, cioè come sovvenzionare tutti quei lavori programmati.  

-“Ma si,  con il contributo della Regione, della Provincia…Perché no!” Si gonfiò il collo come un gallinaccio e guardandosi dritto allo specchio ripeté: ” perché no!”

Ormai il ragioniere Fiasco era come un fiume in piena.

-“Idea! Si potrebbe fare una lotteria comunale abbinata al giuoco del lotto… chiedere ai paesani emigrati all’estero di partecipare con un contributo ai lavori più significativi di Rocca Tana...per esempio il rifacimento della via Roma, che potrebbe cambiare nome con quello del maggiore contribuente…”

Volle fare il furbetto e ipotizzò che la via Roma avrebbe potuto cambiar nome ogni cento metri per accontentare più contribuenti possibili. Assorto nei suoi pensieri, non si accorse di nonno Giuseppe che, zoppicando con l’aiuto di un bastone, era entrato nella stanza e vedendolo piazzato davanti allo specchio così rosso in viso, quasi paonazzo, gli chiese preoccupato:

-“ Totò, che ti succede? Stai bene?”

Totò prese la palla al balzo e invece di rispondergli, gli illustrò la sua idea di come far quadrare il bilancio comunale. Nonno Giuseppe restò di stucco. Accese la pipa che teneva sempre spenta in bocca e senza dire una parola si avviò verso la cucina, da dove era venuto. Nonno Giuseppe ne aveva sentite tante in vita sua, ma quella di cambiare il nome della via Roma, che si era sempre chiamata così, con il nome di un paesano emigrato all’estero, non la digeriva.

Cambiare via Roma con via Garibaldi, lo poteva pure capire, ma qui c’era il rischio che la via Roma

diventasse via Ersilio Trippa, un paesano emigrato ed arricchito in Argentina, che avrebbe fatto carte false per intestarsi tutta la strada.

Totò ci rimase male. Ma insomma, il nonno aveva capito che qui si stava parlando del futuro di Rocca Tana? Riaprì la finestra con affaccio sulla strada e ripensò al prestigioso incarico che il sindaco gli aveva affidato. Increspò le labbra in un sorriso e concluse che, anche senza l’apprezzamento del nonno, se ne sarebbe parlato nei bar e nella piazza del paese.

-“Sarà un successo!”

Udì il suono del tamburo e della tromba della banda cittadina in dissolvenza e amaramente constatò che erano sempre fuori tempo.

Il giorno fatidico dell’assemblea comunale, il ragioniere Teodoro Fiasco arrivò in Municipio emozionato. I consiglieri avevano già preso posto, ognuno nel proprio settore. Le sinistre a sinistra, le destre a destra e i centristi al centro. Confabulavano fra di loro scambiandosi complimenti e grasse risate e mimando messaggi rivolti agli scranni opposti. Come da tradizione i paesani avevano affollato il ristretto spazio riservato al pubblico e attendevano smaliziati il discorso d’insediamento.

Il ragioniere Fiasco, che ben conosceva gli umori dei paesani, aveva limato e ripassato il discorso programmatico al punto da poterlo ripetere a memoria. Ci teneva a fare bella figura. Quando il sindaco arrivò, gli consegnò il discorso,impaginato dentro una cartellina, accompagnandolo con un sorriso di compiacimento. Era felice e si vedeva. Il sindaco prese la cartellina e ricambiando il sorriso, la mise dentro un cassetto senza nemmeno aprirla.

-“Grazie Totò. Hai fatto sicuramente un bel lavoro, ma ora non c’è più bisogno di discorsi impegnativi.” Gli diede una pacca sulle spalle.

-“Abbiamo fatto le larghe intese!”

Scosse la testa giulivo e gli offrì una caramella alla menta mentre gli spiegava la nuova strategia.

-“Capisci? Le opposizioni diventano maggioranza e la maggioranza si allarga e così stiamo tutti tranquilli!”

Totò cercò una sedia per non cadere. Vedeva già l’assessorato promesso vagare lontano, ma non trovava il coraggio di chiedere conferma. Se ne occupò il sindaco che con tono bonario gli disse che metà degli assessorati andavano alle opposizioni. Per assicurarsi che non stava sognando, Totò accarezzò la sua copia del discorso che aveva messo nella tasca della giacca ed emise un suono gutturale che il sindaco interpretò come un segno di approvazione.

-“Quello che conta sono i risultati, caro Totò. Il resto sono solo parole!”

Totò affondò inconsciamente i molari nella caramella alla menta e la sgretolò come il sindaco stava sgretolando il suo sogno. Desolato, per una volta convenne che non c’era niente da fare. Un Fiasco resta un fiasco anche se contiene il vino migliore!

  1. "Il Consigliere comunale"
    di
    Giuseppe Maria Bellomo
           

Data di pubblicazione 31 -10 -2019

    "Il Talento"di Giuseppe Maria Bellomo               

Il cavaliere Sfizio si tuffò la testa fra le mani, chiuse gli occhi e cominciò a respirare pesantemente senza dire una parola. Seduto alla sua scrivania pensò intensamente alla giornata festiva che lo attendeva e si chiese curiosamente il perché di tanto affanno. In fondo lui non aveva problemi da risolvere. Aveva una lunga carriera commerciale alle spalle, gestiva da sempre un negozio di abbigliamento che andava bene e al paese era conosciuto e stimato da tutti. Ma dentro di sé era scontento. Si alzò mollemente dalla sedia, dondolando la testa e si avvicinò al quadro che pendeva dalla parete, una riproduzione della Madonna dal collo lungo del Parmigianino. Ecco, era l’arte la Musa dei suoi desideri. Sospirò estasiato. Quegli sguardi intensi, quegli intricanti occhi a mandorla, quella mano dalle dita affusolate, quel tocco sublime del seno della Madonna dal collo lungo...  

-“Che talento!”  mormorò tra se. Volse lo sguardo sul quadro a fianco e sorrise compiaciuto. Rappresentava la Primavera del Botticelli: le tre grazie, a sinistra con Mercurio intento a dissipar le nubi e a destra la divina Clori in versione floreale che spargeva fiori sul mondo.

 -“Che talento!” sospirò il cavaliere Sfizio mordendosi il labbro inferiore.

Passò l’indice sul contorno delle tre grazie, ne accarezzò i lunghi capelli con dolcezza e immaginò di spennellare il quadro seguendo i contorni dei personaggi.

-“Ecco, comincerei da Mercurio che è figura singola che non si sovrappone alle altre… Ma no forse sarebbe meglio cominciare da San Gerolamo, il più isolato fra tutti i personaggi. Quello sarebbe un bell’inizio…. E poi?..e  poi?... Il cavaliere Sfizio serrò gli occhi deluso e ammise quello che sapeva da una vita, che purtroppo, per la pittura non aveva talento.

Era una giornata oziosa e lui era alla ricerca di qualche cosa che gli sollevasse il morale.

Uscì fuori in strada accennando impercettibili inchini ai tanti paesani che incontrava. Il cavaliere Sfizio decise di prendersela comoda. Alla sua età e con la sua posizione se lo poteva permettere.

Giunto al parco prese posto in una panchina ancora libera e cominciò a ritmare con il pensiero il suono melodico di una chitarra che un ragazzo, seduto sotto un pioppo fronzuto, stava suonando, accompagnato dal canto dei suoi giovani amici. Con spirito di emulazione aprì la bocca e cercò di accodarsi, sottolineando i suoi borbottii con un leggero dondolio della testa, ma la voce cavernosa gli si strozzava in gola. Nel tentativo di prolungare le note basse si ritrovava piegato in due come se stesse raccogliendo qualcosa da terra. Non andava meglio con le note alte. Se insisteva a tenere l’acuto, il collo gli si allungava e la testa si ripiegava all’indietro come fosse un gallinaccio. Non gli ci volle molto per capire che per il canto non aveva talento e dal momento che non sapeva suonare, dovette ammettere, con disappunto, che non aveva talento nemmeno per la musica. Eppure lui amava la musica, specialmente l’operetta.

-“Quel diavolo di Strauss!” Ma vi rendete conto?  sussurrò a se stesso il cavaliere Sfizio, ” ta,ta,ta… e poi ancora ta,ta,ta…” ed ecco a voi la vedova allegra!  

-“Che talento!”

Si asciugò il sudore che gli imperlava la fronte e decise di rientrare a casa per rimettere ordine ai suoi pensieri. La notte prima aveva sognato che declamava una sua poesia nientemeno che a un folto gruppo di paesani assiepati nel parco cittadino. C’era il parroco, il signor sindaco con tutta la giunta comunale, c’era il farmacista e il droghiere e tanta altra gente. Pendevano tutti dalle sue labbra.

“…Allorché vidi da lontano…” Si, cominciava proprio così, poi si era svegliato e la rima era svanita nel nulla. Seduto alla scrivania, come suo vezzo, si strinse la testa fra le mani e chiuse gli occhi alla ricerca dell’ispirazione. A dire il vero ci aveva provato anche con la poesia ermetica. Lì bastavano i concetti. Ma ogni volta che ci provava se li bocciava da solo.

“La pace nel mondo per scongiurare la guerra” oppure “ Il respiro silente per non inquinar l’ambiente” che volendo poteva passare anche per rima baciata.

-“Ma come si fa!” Scosse la testa desolato. No, per la poesia non aveva talento! Eppure aveva sentito dire che il buon Dio dona a tutti qualcosa. Ecco, ma a lui cosa aveva donato?

Ormai convinto che era tutto tempo perso, si sfilò lentamente il gilè, lo poggiò sulla spalliera della sedia e accese il ventilatore all’angolo del suo studio. Un venticello refrigerante lambì il suo volto e già questo lo riconciliò con la vita, ma il cavaliere Sfizio non era in vena di annegare i suoi pensieri nelle comodità domestiche. Si alzò e senza sentirne un vero bisogno, si avviò nel bagno che aveva fatto ristrutturare da poco e si attardò a studiare allo specchio, desolato, il solco delle sue rughe. A dire il vero quel bagno ora sembrava un salotto. Si ricordò delle lunghe chiacchierate con l’idraulico, col muratore, con l’elettricista… e tutti a dirgli  di non immischiarsi, che lui non era un artigiano, che lui non era del mestiere…

-“ Ma ditemelo pure!” gridacchiò risentito, pensando a quelle scene. “Ditemelo pure che non ho talento!”

Ricordò quella volta che volle cimentarsi a cambiare la guarnizione del rubinetto di cucina. Provò a svitarlo con le mani, ma era incrostato di calcare. Che fatica! Ci riprovò con la pinza, poi con la chiave inglese, alla fine, esasperato, ci andò giù di martello col risultato che, oltre al filtro, dovette cambiare il rubinetto maciullato. Si stiracchiò stizzito le tempia, accompagnando ogni passaggio delle mani sulla pelle con un flebile lamento e a malincuore dovette ammettere che non sarebbe mai stato un sarto o un falegname, un idraulico o un elettricista, ma nemmeno un lattoniere, un potatore, un muratore, o un giardiniere… Volle proprio essere spietato con se stesso e senza ipocrisia ammise che lui non aveva talento né per le arti, né per i mestieri. Tirò desolato lo sciacquone, nella speranza che il gorgoglio dell’acqua sovrastasse le sue amare considerazioni, poi rientrò lentamente nel suo studio. Preso dai suoi pensieri, sobbalzò quando sentì una vocina che lo chiamava da lontano.

Girò lo sguardo tutt’intorno, ma lui sapeva bene che nessuno lo stava cercando. La vocina si insinuò subdola nei suoi pensieri e mise subito, come si suole dire, le carte in tavola.

-“Cavaliere Sfizio, vuoi sapere perché non sai suonare il piano, perché non sai dipingere, perché non sai scrivere poesie?” Il cavaliere rimase senza fiato in attesa di una risposta che già ben conosceva.

-“Ma perché non sei un artista!” concluse la vocina.

-“Tu sei un commerciante geniale.”  Sentendosi spalleggiato, il cavaliere Sfizio passò nel salotto buono e si sedette comodo. Ricordava ancora quando decise di addobbare il suo negozio con un mare di bandiere italiane per festeggiare la visita in paese del neo ministro alle attività produttive. Pensare che da ragazzo il ministro abitava a un tiro di schioppo dal suo negozio! Dopo la festa, non sapendo che farsene di tutte quelle bandiere, pensò bene di abbinare un tricolore in regalo con l’acquisto di un vestito. Fu un successo. Tutto il paese ne fu entusiasta. Presto le scorte si esaurirono e dovette ricorrere a nuovi acquisti di bandiere per poter soddisfare la richiesta. Sembrava che venissero a comprare i vestiti per avere in regalo la bandiera! Fu in quella occasione che il ministro, informato del fatto, patrocinò la sua nomina a cavaliere del lavoro.

-“A quanti sarebbe venuta l’idea di abbinare le bandiere ai vestiti?” insinuò con tono vellutato la vocina. -“Questo dalle mie parti si chiama talento!” Il cavaliere Sfizio,rincuorato da quelle parole, accese la televisione e cercò di rilassarsi ascoltando il telegiornale. Stavano trasmettendo gli ultimi venti di guerra. Fame e morte! Ma la vocina ormai aveva preso il sopravvento e lui non poteva fare niente per fermarla.-

“E mentre che ci siamo, insistette, ti dirò che già per stare fuori dai guai ci vuole talento. Pensa a quelli là. Tu credi che se avessero talento starebbero ad ammazzarsi come cani?” Il cavaliere Sfizio,  per assaporare meglio il filo del discorso, si versò un bicchiere di aranciata fresca di frigorifero.

-“Mi hai convinto” sentenziò a voce alta come se stesse parlando con qualcuno.

-“Il talento è custodito nel cuore e nella mente di ciascuno di noi. Non c’è bisogno di essere speciali per essere talentuosi. Basta essere normali, sapere sbarcare il lunario, sapere inventarsi la vita. Avendo chiarito il concetto, Il cavaliere Sfizio, cambiò canale e si concentrò sulla partita di calcio che stavano trasmettendo. Seguì con movimenti ritmati della testa il passaggio del pallone da un giocatore all’altro, come se fosse lui stesso a sferrare il calcio in campo. Dribblata, finta, rincorsa, stoccata! Si alzò di scatto, serrando i pugni.

-“ Gol!... Gol!” La voce gli si strozzò in gola.

-“Però che talento quel cannoniere!”