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Archivio incontri organizzati da Libero pensiero



(a partire dal 30 ottobre 2019, data di nascita del sito internet)

Incontro del 31  gennaio 2020

"L'estasi mistica nella musica"

con il violinista 

Lino Dragu Popian

Incontro del 20 dicembre 2019


IL KERALA ATTRAVERSO GLI OCCHI E LE PAROLE DI UNA SUA CITTADINA

Il Kerala è uno dei 29 Stati indiani, occupa la punta occidentale dell’India ed ha una superficie poco più di 1/8 dell’Italia. E’ inserito tra le aspre montagne occidentali della catena del Ghati e le acque turchesi del mare arabico. E’ un filo di paradiso che, per la sua bellezza e prosperità, è soprannominato il “Paese personale di Dio”. Il suo nome significa “Terra di noci di cocco”. Il paesaggio è attraversato da innumerevoli fiumi (41), che scendendo dalle alture, nel corso del tempo, hanno formato nell’entroterra parallelamente alle coste del mare Arabico un’ampia rete (60 Km), di lagune, laghi, fiumi e canali, chiamata backwaters, al cui interno vi sono città e villaggi. E’ il regno di mangrovie e foreste pluviali. L’intero Stato è ricoperto da vegetazione: in pianura abbondano le Palme da cocco mentre foreste e piantagioni di tè si alternano nei tratti montuosi.

 CLIMA: è tipicamente tropicale monsonico La stagione estiva, calda umida con piogge intermittenti e temperature moderate, va da Marzo a Maggio; tra fine Maggio e primi di Giugno inizia il monsone di Sud-Ovest che è forte e violento con una breve pausa tra il 20 Agosto e il 20 Settembre; da Ottobre a Novembre segue il monsone di Nord-Est che è più leggero. Verso la fine di Novembre inizia la stagione invernale, con rare piogge, che finisce verso la fine di Febbraio inizi di Marzo.

ECONOMIA: le risorse economiche sono l’agricoltura (noci di cocco, riso, canna da zucchero, cacao, cotone, tapioca, spezie, pepe nero, tè, caffè, banane, cardamomo, l’allevamento, la pesca, lo sfruttamento delle foreste (caucciù, legname) e del sottosuolo), le industrie del settore alimentare, tessile, elettrotecnico, della gomma, delle ceramiche e della raffinazione del petrolio. I suoi abitanti (35 milioni) vivono con un reddito medio procapite di 550 euro annuo e la povertà, anche se presente, è poco visibile. I tanti laureati, di ottimo livello, sono costretti a cercare lavoro nel resto dell’India o sulla costa del mare Arabico. Circa il 4% degli abitanti vive all’estero specie nei paesi del golfo Persico.Le rimesse degli immigrati contribuiscono a sostenere l’economia locale.

LINGUA: lingue ufficiali sono il Malayalam (malailam) “le persone che vivono al di là della montagna (Ghat occidentale)” e l’Inglese.

RELIGIONE: la più praticata è l’Induismo (56,1%) seguono l’Islam (24,7%) e il Cristianesimo (19%). Il loro rapporto è stato paragonato a fiori diversi di una stessa pianta. . La maggioranza induista convive con le forti minoranze in un regime di prevalente tolleranza reciproca. In India il Cristianesimo, comprende 1 Chiesa cattolica di rito latino (la più importante numericamente) e 2 Chiese cattoliche di rito orientale: La Chiesa cattolica di rito siro-malabarese, (malabar) la più antica, e la Chiesa cattolica di rito siro-malankarese (malankarà); entrambe sono Chiese Arcivescovili maggiori cattoliche sui iuris (legate alla Chiesa uniniversale ma autoctone per spiritualità, liturgia, qualche sottolineatura e normativa teologica). Le due chiese orientali sono presenti soprattutto nel Kerala mentre i cattolici latini sono diffusi in tutta l’India.

CASTE: Il termine Casta di derivazione portoghese traduce il sanscrito (lingua indoeuropea attestata nell’India a partire dal 10° sec.a.C) Jati (Giati) in “nascita” che per gli induisti significa far parte di gruppi sociali endogami che impongono il matrimonio fra appartenenti allo stesso gruppo sociale. Il sistema delle caste, è un meccanismo di stratificazione sociale ereditario che si basa su una delle credenze fondamentali dell’induismo ”La Reincarnazione” per cui dopo ogni vita, l’anima rinasce in una nuova forma materiale che dipende dalla virtuosità del comportamento  precedente. Nascere in una casta inferiore significa essere stati peccatori nella vita precedente, mentre essere in una casta superiore è indice di un’anima pura. Le anime possono muoversi sia ai livelli della società umana che in altri animali, da ciò il vegetarismo di molti induisti Quattro sono le caste principali (Varna): quella dei Sacerdoti ( Brahamani); dei guerrieri e dei nobili Kshtriya (scetria); degli agricoltori, dei commercianti e artigiani (Vaisya); dei mezzadri e servi Shudra (sciudra). Al di sotto di questo sistema vi sono i fuori casta (5^ casta) che include anche gli aborigeni indiani e gli stranieri. In passato erano chiamati “intoccabili” perché svolgevano attività considerate impure (pulizie, concia delle pelli, manipolazione di cadaveri, dieta carnivora..). Nel 20°secolo sono stati definiti con il termine Dalit (Delit) (gli oppressi). Dopo l’indipendenza del 1947, anche se è stata proibita la discriminazione nei locali pubblici e sono state introdotte quote riservate ai dalit nelle università, nella burocrazia e nel parlamento; il sistema è ancora una realtà nelle zone rurali.

Secondo il censimento del 2011 i Dalit (Delit) costituiscono il 16% della popolazione.

L’11/01/2018 i Dalit (Delit) del Maharashtra (Mahàrastra), non tollerando più lo sfruttamento e l’egemonia delle caste dominanti, per giorni hanno bloccato la città di Mumbai.

L’11/08/2018 vi è stata la rivolta silenziosa dei ragazzini; i più ribelli sono stati 120mila studenti del Kerala che  hanno rifiutato di riferire la loro appartenenza.

 Il sistema delle caste, tipico dell’induismo, ha influenzato anche altre religioni arrivate in epoche successive. Per il Cristianesimo, la chiesa cattolica, con il suo messaggio di uguaglianza fra tutti gli uomini, oltre ad esercitare un forte richiamo specie fra i dalit, è molto ben vista dalla popolazione per la gestione capillare delle scuole di ogni ordine e grado, degli ospedali e delle organizzazioni a carattere sociale. Tutto ciò ha solo attenuato la rigida gerarchizzazione della società e la stessa Kerala, considerata esempio di convivenza interreligiosa, non è del tutto esente dal concepire la società in senso castale

Per l’Islam, la comunità musulmana, conquistate aree del paese, è entrata nel sistema delle caste dividendo i clan nobili, discendenti dei primi invasori già musulmani, dai clan dei plebei rappresentati dalla popolazione locale convertitasi in seguito. Ultimamente le cose sono cambiate e vige la regola della “fratellanza musulmana”, comunque la maggioranza dei musulmani appartiene agli strati più poveri. Negli ultimi anni, anche se l’urbanizzazione, la modernizzazione e l’introduzione di un regime politico parlamentare hanno cominciato a modificare il sistema delle caste, l’appartenenza castale continua ad influenzare le scelte professionali e non c’è nè denaro, né notorietà che può cancellare l’origine della propria famiglia.

ALIMENTAZIONE: è strettamente correlata alla geografia del Kerala, attraversata da fiumi e innumerevoli ruscelli che favoriscono l’agricoltura e l’industria del pesce. Base di tutte le portate principali sono il riso e la tapioca, serviti con varie salse es. Kootan (Cutan) e accompagnati da contorni di verdure, carne, pesce o un misto di essi. Importante è la coltivazione delle palme da cocco. Il frutto è apprezzato per la polpa tagliata a fette o grattugiata, per la crema, per il latte, per l’olio che è quasi l’unico condimento (sostituito a volte dal burro chiarificato, il ghee (ghi). La cucina è notevolmente speziata e piccante, fa ampio uso di peperoncino, pepe nero, cardamomo verde, chiodi di garofano, zenzero, cannella, cumino, curcuma, foglie di curry (carry), tamarindo), jack fruit, ed altro. La farina di riso è usata anche per la preparazione di dolci.

A colazione di solito si consumano i Dosa (sottili crepes a base di farina di riso e di legumi di Caiano simili a piccole lenticchie gialle), con lo stesso impasto si preparano gli Idly (focaccine spugnose cotte a vapore). Entrambi sono serviti con varie salse, la più famosa è la Sambar a base di verdure. Il pranzo indiano essenziale è il Thali: un pasto unico (riso bianco o pane posti al centro del piatto, accompagnati da varie salse chutney (ciatny) a base di menta o mango o pomodoro disposte in ciotoline. Il Thali oggi è anche servito su piatti rotondi ma tradizionalmente è presentato su foglie di banano, per il particolare sapore che danno e perché favoriscono la digestione. Si consuma servendosi della sola mano destra perché la sinistra è considerata impura. In occasione poi, di Matrimoni ed altri eventi speciali si serve su piatto o foglia di banano, il Sahaya (Saàya), piatto tradizionale costituito da 28 specialità vegetariane.

FAMIGLIA: fino al 1951 è stato un sistema nel quale molti membri – genitori, figli, coniugi dei figli e nipoti - vivevano insieme sotto lo stesso tetto con a capo il componente maschile più anziano che prendeva tutte le decisioni importanti e dettava le regole a cui tutti gli altri dovevano attenersi. L’urbanizzazione e lo sviluppo economico ha portato ad una frammentazione della famiglia in più nuclei che vivono in singole case o appartamenti in palazzi, tuttavia si vedono ancora case tradizionali lungo la riva dei fiumi nelle lagune del Kerala e qualcuna galleggiante sulla laguna. Tuttavia per motivi culturali e fattori pratici in alcune aree e in certe condizioni persiste ancora la famiglia congiunta.

MATRIMONIO: Tradizionalmente è combinato dagli anziani della famiglia che scelgono il promesso/a della stessa religione o casta. Di solito i ragazzi accettano la decisione presa, ma se vogliono possono rifiutare. Negli ultimi tempi, i matrimoni d’amore che spesso superano ostacoli interreligiosi o di casta, sono molto frequenti.

La famiglia della sposa fornisce una dote (in oro, terra o soldi in contanti) che, in caso di morte prematura del marito, per contratto va ai figli, quando muore la moglie la dote va al marito purchè riconosciuto buon padre di famiglia, altrimenti va ai figli. Le spese per la cerimonia, anche se modesta, sono molto rilevanti e la famiglia della sposa, a volte, è costretta ad indebitarsi per tutta la vita. Dopo la cerimonia, spesso la sposa si trasferisce in casa dei suoceri e sarà lei ad occuparsi della loro vecchiaia. Un loro proverbio recita “Crescere una figlia è come innaffiare il giardino dei vicini”. Il divorzio per le donne è molto difficile poichè devono affrontare spesso l’ostilità e il biasimo della famiglia e della comunità.

RICORRENZE FESTIVE: Il Kerala, da paese multiculturale e multi religioso, è sempre in festa e sono proprio le moltissime feste delle varie religioni a dare il senso fisico della convivenza. Per il Santo Patrono la comunità cristiana organizza grandi processioni. In tutte le feste le vie si riempiono di bancarelle, le strade si illuminano di luci colorate e non è raro imbattersi in una sfilata di elefanti addobbati a festa. La città o il villaggio si ferma e tutti anche gli indù e i musulmani, pur mantenendo le proprie tradizioni, vi partecipano. Le feste nazionali sono 4: il giorno dell’indipendenza, della Repubblica, di Gandhi Jayanti (Genti) e del lavoro.  

ABBIGLIAMENTO: è tradizionale. Le donne sposate indossano il Sari costituito da un lungo drappo di seta o di cotone o di chiffon lungo a coprire i piedi. Molto usato è il Churidar di solito in cotone che consiste in un pantalone lungo fino alle caviglie largo e comodo, in un camicione fino al di sotto delle ginocchia e in una lunga sciarpa indossata mantenendo i lembi esterni dietro la schiena. Altro capo di abbigliamento è il Mundu set: un telo di stoffa, che avvolto sui fianchi costituisce la gonna, corredato da un camicino e un altro telo come sciarpa, poggiato sulla spalla sinistra e fissato sul fianco destro. Le donne completano il loro abbigliamento con il trucco che ha significati filosofici, religiosi o legati alla superstizione. Le donne indù sposate segnano il centro della fronte all’attaccatura dei capelli con una polvere rossa chiamata Sandoor  (sindor), le non sposate, anche  cattoliche, segnano un puntino il Bindi o Pott tra le sopracciglie, in tinta con l’abbigliamento. Il Kajal è usato anche dagli uomini e protegge dalle energie negative. E’ applicato anche ai bambini maschi per proteggerli dall’invidia delle madri di sole figlie femmine. Il tatuaggio con l’Henna (Hennè in francese) viene eseguito nel giorno delle nozze. Tutte le donne sposate indossano la collana di nozze detta “Kaliana chain” (cein) e orecchini, le più ricche anche bracciali, anelli e cavigliere. Gli uomini indossano camicia e pantaloni ma molto diffuso è l’uso del Mundu (mund): un telo bianco di cotone decorato con una sottile linea colorata lungo il bordo inferiore che viene indossato come un pareo e una camicia. A casa il Mundu (mund) è sostituito da un pareo dai colori molto vivaci detto Lungi. Tutti gli uomini, donne e bambini, ogni mattina ungono i capelli con olio di cocco.  

ISTRUZIONE: e’ una società con un tasso di alfabetizzazione di circa il 100%, il più alto di tutta l’India. L’istruzione per gli Indù inizia con un primo approccio, non alla sapienza ma alla conoscenza intesa come uno spazio riservato agli Dei che, se trovano il cuore dell’uomo del tutto puro, concedono la percezione dell’l’infinità e l’ingresso nell’universo della conoscenza. Sono i bambini di 2-3 anni ad avere un cuore puro ed essi dopo aver partecipato al rito di iniziazione, detto Vidyarambham (Vidiàrembam) presieduto da genitori e Bramini (Bramni) sono pronti per iniziare il processo di apprendimento a cui parteciperà tutta la famiglia. Vi sono comunque tre religioni sugli stessi banchi di scuola. I genitori non risparmiano mai sulle spese scolastiche presso buoni istituti, anche se la retta è alta. Quando si è in ristrettezze, si chiede il denaro sufficiente ai parenti, agli amici e ai vicini con la promessa della restituzione, il che avviene con dignità. Le scuole del governo sono gratuite ed a tempo pieno, così assicurano ai bambini almeno un pasto. I bambini vanno a scuola contenti consapevoli che in Kerala la scuola è per tutti ma non è così per tutta l’India. La scuola finisce alle 16,30. Nessun studente studia e fa i compiti da solo o con i genitori, perché nel pomeriggio è aiutato dall’insegnante che spiega ciò che non è stato appreso. I ragazzi benestanti hanno l’insegnante che va a casa o, se con meno disponibilità, gruppi della stessa classe si recano dall’insegnante. Durante ogni anno scolastico, fin dalla prima elementare, ogni 2 mesi si svolgono esami con prove scritte su tutte le materie. Sono difficili ed impegnativi. Così facendo nessuno rimane indietro nel programma e non si penalizzano gli studenti più veloci nell’apprendimento. La tution (tuscen) prosegue fino al 10° anno (nostro 2° anno di liceo), quindi, passati i difficilissimi esami si può andare al college preparatorio alle materie scelte per il prosieguo universitario. Biologia, fisica, chimica, algebra, geometria iniziano alle elementari ed ogni scuola possiede un laboratorio per la fisica e la chimica e gli esperimenti pratici sono materia didattica. Teatro e danza sono parte integrante dello studio in tutte le scuole. Gli studenti vanno a scuola in divisa e non si è ammessi se non perfettamente in ordine. Gli insegnanti godono di rispetto reverenziale.

 SANITA’: rispetto agli altri Stati dell’India le condizioni sanitarie sono nettamente superiori e alcuni indici sono simili a quelli dei paesi sviluppati. La maggioranza delle famiglie effettua il controllo delle nascite, le gravidanze vengono seguite e i parti di solito avvengono in ospedale. La campagna d’informazione sanitaria e le vaccinazioni raggiungono anche i villaggi più sperduti. Si è investito molto nella creazione di unità sanitarie. In ogni municipio c’è un centro statale per le cure primarie (vaccinazioni, visite e chirurgia minore). Per patologie più serie i pazienti sono inviati in ospedali dove si trovano i principali reparti. Qui le visite sono gratuite ma analisi, radiologia e farmaci sono a pagamento, tranne per chi ha la carta di povertà.  Invece sono gratuite per tutti le cure per alcune malattie croniche (diabete, ipercolesterolemia, ipertensione) ma non per l’angina, l’insufficienza renale o quelle contagiose (lebbra, filariosi, malaria, TBC, AIDS…). Per gli interventi chirurgici è richiesto un contributo per i materiali necessari, inferiore per i titolari della carta di povertà. Infine vi sono centri più specializzati (6 pubblici e 20 privati). In essi le cure e le attrezzature sono di livello europeo. Anche qui è richiesta una partecipazione alle spese sia per la  diagnostica che per la chirurgia; più ridotte sono le spese per chi usufruisce della carta di povertà. I reparti di dialisi e di nefrologia sono solo in questi centri. Altresì vi sono centri di medicina allopatica (medicina normale definita inglese), di medicina tradizionale indiana basata sulle erbe e centri omeopatici. Dato che la popolazione ha difficoltà per i contributi richiesti, lo Stato sta provando a sviluppare un sistema di copertura assicurativa che copra tutti i residenti.  

Incontro del 15 novembre 2019

Presentazione di ”Roma fra pittura e poesia”

Questo evento è stata organizzato in onore di Roma, dei suoi paesaggi, del suo fiume.

Roma tra pittura e poesia, recita la locandina. Ed è stato proprio così.

Attraverso i dipinti di Pino Romanò e le poesie (volutamente in romanesco) di Lorenzo Poggi sono stati fatti dei flash su luoghi famosi rivisitati dalla maestria e dal fascino del pennello dell’artista e dalla penna d’un poeta che, pur avendo prodotto principalmente liriche in italiano, a volte si diletta a ricercare e ritrovare la lingua della sua infanzia.

I dipinti sono stati proiettati in ordine cronologico, per alcuni (5 su 12) abbiamo avuto la fortuna, grazie a Pino, di poterli ammirare in originale. Le poesie sono state proiettate e contemporaneamente lette (alternativamente da Lorenzo Poggi e sua moglie Rita Betti) subito dopo l’esposizione del quadro a cui si ispirano.

Di seguito l’esposizione da parte di Pino Romanò e Lorenzo Poggi delle loro “radici artistiche”, da dove prendono le loro ispirazioni e le loro convinzioni nel campo dell’arte. 

L'intervento di Pino Romanò:

Debbo confessare che da sempre ho voluto lasciare agli addetti ai lavori l’incombenza di parlare della mia pittura un po’ per una naturale riservatezza ed un po’ perché sono sempre stato convinto che chi si esprime in immagini o, come il nostro poeta Lorenzo, con parole, è a queste che si deve affidare per farsi comprendere.

Le mie, sono immagini di paesaggi, marine, nature morte, figure che mi vengono proposte dalla realtà di tutti i giorni e che in qualche modo mi colpiscono e mi emozionano.

La rappresentazione del reale, dell’esistente, di ciò che gli occhi percepiscono nel mondo circostante, di tutto ciò che rientra per intenderci nell’ambito del figurativo offre sicuramente all’operatore la possibilità di realizzare soggetti riconoscibili e non astratti ed al fruitore la facilità di riconoscere ciò che viene rappresentato.

E questo è il caso dei miei dipinti, nei quali tutto è molto chiaro ed, all’apparenza, semplice.

Detto ciò, è necessario però ora fare una premessa. Che è questa: è attuale oggi continuare ad esprimersi con immagini prese dalla realtà? In altre parole, ha ancora senso per un artista operare nell’ambito della figurazione?

Conviene precisare subito che la domanda non è nuova e che il problema di un’arte astratta in contrapposizione a quella figurativa ha appassionato gli operatori dell’arte già dopo Cezanne e Monet.

Lo stesso Picasso è stato a lungo combattuto intorno alla questione, risolvendola con la genialità che tutti gli hanno sempre riconosciuto sia in vita che dopo. Egli ha infatti scritto nel lontano 1935: “L’arte astratta è soltanto pittura. E il dramma dov’è? L’arte astratta non esiste. Si deve sempre partire da qualcosa. Si può togliere, dopo, qualsiasi apparenza di realtà, ma l’idea dell’oggetto avrà comunque lasciato il suo segno inconfondibile. Perché è l’oggetto che ha toccato l’artista, ha eccitato le sue idee, ha scosso le sue emozioni. Idee ed emozioni saranno, alla fine, prigioniere della sua opera; qualunque cosa diventino, esse non potranno più sfuggire dal quadro; ne sono parte integrante, anche se la loro presenza non è più evidente.”  

In tempi successivi, quando gli venne chiesto se fosse possibile ancora dipingere delle figure dopo la fotografia, il cinema ecc., Picasso rispose: “Anzi, mi pare che solo ora si possa fare. Ora sappiamo almeno tutto ciò che la pittura non è.”

In tempi più vicini a noi il critico Giorgio Di Genova è arrivato ad affermare che l’arte pittorica è tutta astratta, tant’è che quest’ultima può dividersi in due categorie ben definite e cioè l’arte astratta iconica, quella cioè che per esprimersi si appoggia alla figurazione e l’arte astratta aniconica, e cioè quella che invece trasfigura la visione del reale in segni non riconducibili ad una realtà oggettiva.

Secondo questa chiamiamola così “teoria”, la nuova figurazione nel campo delle arti visive, complice sicuramente l’affermarsi e l’estendersi della comunicazione globale che utilizza in maniera diffusa e massiccia il comune linguaggio delle immagini, è oggi pura arte astratta iconica: esprime cioè il reale basandosi sì sulle immagini che esso offre ma trasfonde sulla tela le emozioni che riceve dalle immagini stesse. Tutto ciò che nella pittura non trova corrispondenza con il reale è dunque arte astratta aniconica.

Questo modo di affrontare il problema può rendere più esplicito, qualora ve ne fosse bisogno, il senso della mia interpretazione del reale.

Pittura dunque di emozioni, che nascono dalla visione della realtà vissuta quotidianamente a contatto della quale mi muovo, agisco, vivo.

Passando ora all’esame delle immagini dei miei dipinti appare del tutto scontato che la mia pittura non può che essere inquadrata nell’ambito della pittura figurativa e segnatamente in quel filone che viene comunemente definito postimpressionismo.

Infatti, come potrete constatare guardando le immagini dei dipinti, nella mia pittura è fondamentale la luce, quella luce diversa del mattino, del meriggio o della sera. è questa infatti che disegna, che illumina e che origina le vedute sulla tela. Ed è la luce secondo il mio modo di intendere che contribuisce a creare l’emozione da cui parte l’atto del dipingere.

Guardando i dipinti, si potrebbe forse trarre la conclusione che si tratti sì di pittura figurativa ma probabilmente un po’ anacronistica, fuori dai nostri tempi per via del naturale avvicinamento ad un rivisitato impressionismo per cui gli scorci rappresentati sulle tele possono sembrare vedute ormai scomparse, quasi di fantasia.

Nella mia pittura, invece, tutto è reale e, per fortuna, attuale: si tratta di paesaggi veri, perfettamente esistenti, di angoli della realtà che noi viviamo giorno dopo giorno ma che purtroppo non ci soffermiamo se non raramente a contemplare.

L’unico tentativo fantastico è quello di guardarli ancora con gli occhi della poesia.

Se ci sono riuscito in qualcuno dei dipinti che avete avuto modo di vedere allora vuol dire che non ho dipinto invano.

Brevi considerazioni sulla mia pittura

L'intervento di Lorenzo Poggi

Cos’è per me poesia.

Prima di parlare della mia idea di poesia, vorrei brevemente parlare dei compiti che assegno alla poesia.
Per me la poesia deve uscire dal ghetto in cui l’abbiamo relegata. Essendo una forma alta di pensiero, capace di suscitare immagini, pensieri ed emozioni (grazie ai suoi strumenti: sinestesie, metafore, ossimori, similitudini) che rivelano accostamenti nuovi di una realtà più complessa dei nostri poveri sensi, ma che tutti noi abbiamo dentro e che, sollecitati dal poeta, vengono fuori, la poesia per me non è nascondersi dietro versi di difficile comprensione, ma, il suo contrario: adoprare versi semplici ma pregni di significato.
Solo così la poesia potrà tornare a parlare alla gente e uscire dalla sua autoreferenzialità, dal campo di concentramento dove si agitano figure informi che nuotano in acque indefinite di nebbia.

Per me la poesia non è un romanzo che racconta una storia.
è una forma d’arte a sé stante. Basata sulla sintesi dei concetti e delle parole.
Sulla forma che deve dare musicalità, sulle idee non banali che deve trasmettere.
Deve essere capace di suscitare emozioni e poi far pensare. Deve non essere retorica e manierista, non deve autocompiacersi.
Le parole devono essere quelle giuste, non altre, solo quelle. Perché solo quell’accostamento dà quel significato recondito che vogliamo dare al verso.
La mia poesia è breve ma intensa, non monotematica. Tocca tutti gli argomenti fondamentali del nostro vivere: l’introspezione, ciò che si muove intorno, i paesaggi della natura, l’impegno civile.
Importante per me è che la gente, anche distratta, sentendo un verso si fermi un istante, sorpresa, a pensare.

Per quanto riguarda la poesia dialettale (in questo caso il romanesco) mi rapporto con essa come un fanciullo di fronte alla gran madre Roma.
Da una parte è come andare a scuola per studiare quello che ci hanno lasciato i grandi (Belli, Pascarella, Trilussa).
Dall’altra è cercare disperatamente di fermare un linguaggio che ogni minuto che passa si evolve e si rinnova.
C’è chi si ferma ai grandi mantenendo le regole rigide fissate dalle varie associazioni che si rifanno a quegli autori.
Come l’uso di vocaboli ormai desueti, di forme verbali abbandonate, oppure cimentarsi con le regole auree del sonetto con le sue strofe, i suoi endecasillabi, le sue rime.
Ma per me è come entrare in un museo di belle arti.
Cercare un compromesso con una lingua in continua evoluzione è, secondo me, l’unica soluzione per restare in qualche modo attaccato alla realtà. Così mi scopro da una parte alla ricerca della mia lingua di quando ero ragazzo , e, dall’altra, rivendico la libertà d’espressione, la stessa ormai acquisita per le poesie in italiano, capace di fermare un’emozione o un’immagine che susciti emozioni. Il tutto usando un dialetto che più si  avvicini alla lingua parlata.

Pubblichiamo infine i dipinti e le poesie presentati nella serata.

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