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Data di pubblicazione 16 -11 -2020

I L RACCONTO DI NONNO MARCELLO

Data di pubblicazione 31 - 05 -2020

I L RACCONTO DI NONNA LAVINIA

La violenza è sempre negativa: produce frutti tossici

Adriana, una bella fanciulla romana di 16 anni, nel 1926 si affacciava alla vita tipica di quell’età con tanti sogni di amore e felicità e con l’aspirazione di incontrare un giorno il suo principe azzurro, con cui convolare a giuste nozze. C’era già un ammiratore, ma a lei non piaceva affatto, anche per i suoi modi rudi e prepotenti. Aveva circa cinque anni più di lei, e si mostrava come un giovane viziato che non accettava alcun rifiuto; trattava le donne come cose, belle, desiderabili, ma pur sempre cose da prendere se ne aveva voglia; era pertanto un individuo che non sapeva come corteggiare una donna, anzi con i suoi modi riusciva ad allontanarla, poiché non comprendeva che una donna era una persona da trattare con rispetto, gentilezza, cortesia, galanteria e non come un semplice oggetto dei desideri. Nonostante quel carattere, lo spasimante insisteva, nei pochi momenti in cui riusciva, dopo vari studi e appostamenti, a vederla da sola, a chiederle di fidanzarsi con lui per poi sposarlo. A quell’epoca non era scandaloso sposare donne giovanissime!

Adriana ne aveva repulsione, visto che incarnava per i modi che usava, proprio il contrario dell’uomo dei suoi desideri, pertanto non ne voleva sapere di accettare la proposta e cercava di evitarlo in tutti i modi. Così l’uomo decise di costringerla con la forza a ciò che lei respingeva con tutto il cuore e tutto il corpo.

Un pomeriggio d’inverno la ragazza era uscita per andare dalla zia che abitava in una zona periferica di Roma. Dalla casa della zia si vedeva la campagna romana che era abbastanza vicina alla città e poco lontano c’era una casa diroccata, che nessuno frequentava perché metteva paura per quanto era decrepita. Giuseppe, così si chiamava il giovanotto, la seguì e si appostò vicino al portone, pronto a realizzare il suo piano, per la cui riuscita aveva dalla sua parte la legge vigente all’epoca. Aveva portato un asino per il trasporto, un fazzoletto da metterle in bocca qualora avesse strillato e anche una corda per legarla qualora fosse stata riottosa. Quando Adriana uscì dalla casa della zia, la supplicò di parlare con lui un’ultima volta, promettendo che dopo non le avrebbe dato più fastidio. La ragazza, perplessa, non voleva accettare di seguirlo in una zona “tranquilla” per poter parlare, ma pur di liberarsi di lui, accettò di addentrarsi un po' nella campagna. Giuseppe, appena si vide lontano da occhi e orecchie indiscrete, la bloccò, stringendola a sé, le mise il fazzoletto in bocca e la legò portandola sull’asino fino alla casa diroccata, dove aveva già preparato un giaciglio, per consumare la sua violenza sessuale, nonostante la ragazza piangesse disperatamente e si dibattesse nell’inutile tentativo di sottrarsi alla sua libidine. Alla fine del suo delitto liberò la giovane, umiliata e ferita nell’anima e nella sua dignità, dicendole: “Ora dovrai per forza sposarmi, perché dopo essere stata violentata, nessuno ti vorrà sposare. Immagino che non vorrai denunciarmi e mettere in piazza il tuo disonore per mandarmi in galera! Anche se tu lo volessi, io me la caverei ugualmente se ti offrissi, come offrirò di certo, secondo il dettato della legge, “il matrimonio riparatore.”

Così felice di aver raggiunto l’obiettivo di legare a sé per sempre, la poverina, la riaccompagnò a casa a dorso d’asino, ed ella, disperata e piangente, fu convinta dai suoi genitori ad accettare di sposare il suo violentatore per i motivi che Giuseppe le aveva ben descritto.

D’altra parte all’epoca il destino delle ragazze, che ancora non lavoravano fuori casa per mantenersi economicamente, era quello di sposarsi, ma nessuno le avrebbe mai potute accettare disonorate, per cui non restava loro che sposare il proprio aguzzino. Erano pochissime le donne che dipendevano dal proprio lavoro, anziché da un padre o da un marito! Inoltre, nessuna ragazza violentata aveva avuto ancora il coraggio di una siciliana che decenni dopo rifiutò il matrimonio riparatore e mandò in galera il suo violentatore, anche se dalla Sicilia dovette emigrare nell’Italia settentrionale! Lì però incontrò un giovanotto per bene, intelligente, non schiavo di quei pregiudizi barbari che avevano reso infelici troppe donne. I due giovani si innamorarono e si sposarono, per amore vero, stavolta.

Adriana invece si maritò con il suo violentatore. L’uomo all’inizio era felice, perché aveva ottenuto quel che desiderava. Ben presto però capì che l’amore per lui non c’era, perché Adriana continuava a detestarlo più di prima e con tutto il cuore, avendole distrutto, per giunta in quel modo, tutti i suoi sogni. Lo detestava e riusciva a malapena a voler bene alla figlia della violenza, che le era nata. L’uomo cominciò a capire che prendere qualcuno o qualcosa con la violenza non rendeva felici, neanche i violenti. Capì che la sua era stata una vittoria di Pirro, che lo aveva condannato ad una vita senza l’amore di una donna, triste ed infelice alla stessa stregua della persona della quale aveva abusato. Cominciò a capire l’errore che aveva fatto, e cominciò a pentirsi e a chiedere perdono alla moglie, a comprendere che l’amore andava conquistato giorno per giorno con le buone maniere, la gentilezza, l’altruismo. Capì che l’amore era volere il bene dell’altra più che di se stesso, che amare era privilegiare i desideri dell’altra, anziché i propri.

Cominciò così a maturare e a cambiare comportamento nei confronti di Adriana. Di questo e del suo pentimento si accorse anche la moglie, che al culmine di quella sua evoluzione, cominciò ad amarlo, trasformando una famiglia dove regnava il rancore e l’odio, in una, felice e serena, in cui finalmente tutti si volevano bene.

Data di pubblicazione 30 - 04 -2020

I L RACCONTO DI NONNO MAURIZIO 

Il nonno Franco

Il nonno di Franco era un Nessuno, ma come tanti altri Nessuno merita la lettera maiuscola.

Era nato nel 1899 in un paesino della Garfagnana da genitori ignoti ed era stato preso in casa (oggi si dice adottato) da una famiglia contadina che, per penuria di braccia maschili, aveva intravisto in lui (o almeno sperava) un futuro buon lavoratore dei campi.

Il suo vivere nei primi anni e fino alla fanciullezza era stato gioioso e privo di angustie, anche se i nuovi genitori non avevano potuto assicurargli che il minimo dell’educazione scolastica di allora, mandandolo ad imparare a leggere e scrivere presso la canonica dove il parroco la sera impartiva le lezioni.

Il suo crescere sereno veniva ricordato da tutti nella narrazione delle adunate dei contadini della zona nei giorni di mietitura, quando tutti i mezzadri collaboravano vicendevolmente nella raccolta del grano e, quelle, erano giornate di sudore ma anche di allegria quando ci si radunava sull’aia per il pranzo di mezzogiorno.

Fra una battuta e l’altra, uno sguardo amoroso e l’altro, Giuseppe, questo il suo nome, saltava e ballava sulla paglia e dava segni di un carattere esuberante che non dispiaceva ad alcuno, anzi i più, ricordando la sua nascita, ne apprezzavano l’ardore e benché stanchi e assolati lo incitavano a voce.

Aveva 16 anni Giuseppe quando arrivò la chiamata dell’Esercito Italiano per il fronte. Si, Giuseppe era compreso nel gruppo di quelli che verranno definiti i “Ragazzi del 99”, adolescenti che il Regno d’Italia chiamava a difendere la patria dopo la disfatta di Caporetto.

Sulle alture di Asiago, Giuseppe formò il suo nuovo carattere, tra una trincea e l’altra, dove la paura si rifrangeva sulla pioggia battente che allagava i cunicoli, al comando di ufficiali non sempre generosi e a volte addirittura crudeli, contro nemici che come lui non amavano quella guerra e che come lui pensavano alle case e agli affetti che avevano lasciato per morire.

Fortunatamente Giuseppe tornò in Garfagnana e tutti ne furono felici, soprattutto Elide che i genitori del podere vicino avevano sperato che un giorno fosse lei la sposa di Giuseppe. Tutti i poderi parteciparono alle nozze con gioia e allegria e si accoccolarono nella fotografia del gruppo che il fotografo di città stava scattando.

La foto era particolarmente curiosa, perché Elide era più alta di Giuseppe di ben venti centimetri e questa sproporzione, dava l’imprimatur che in casa Giuseppe avrebbe avuto poca possibilità di esserne il padrone.

Vissero felici i primi anni con la nascita di ben quattro figlie femmine, cosa non agognata, perché quale nuovo mezzadro Giuseppe avrebbe sperato in braccia forti che lo accompagnassero nel suo lavoro. Il maschio venne solo quale quinto figlio, ma diversi anni dopo. Forse troppo tardi.

Giuseppe, infatti, dopo pochi anni fu colpito da una strana malattia, il mal caduto la chiamavano, che all’improvviso gli faceva perdere conoscenza e lo stramazzava a terra in un avvolgente tremore, tanto che più di una volta l’Elide, non vedendolo rientrare, dovette percorrere le vie dei campi alla ricerca del suo uomo che in qualche fossato stava soffrendo senza possibilità di aiuto.

L’Elide diceva che era stato un grande spavento a provocargli quella malattia, quando sull’aia venne inseguito da un toro infuriato che voleva ad ogni costo incornarlo; ma lui pur non smentendo mai la sua adorata compagna, sapeva che quella forma di epilessia, era dovuta a ben altre paure, quelle che gli avevano fatto perdere il sorriso e la gaiezza della sua gioventù.

Ma anche di ciò non si lamentava, non aveva avuto riconoscimenti per quei tre anni passati sull’altopiano, perché aveva partecipato ed era stato fra i vincitori di quella guerra seppur orrenda e, in quelle poche volte che Franco lo aveva incontrato, alle domande con cui cercava di rinnovargli i ricordi, lui si soffermava soltanto sul senso del dovere e dell’onore di aver combattuto per la sua Italia e per aver dato alla patria i suoi migliori anni.

La malattia non gli consentì di portare avanti il podere e venne sostituito da altro mezzadro, dovendo pertanto lasciare la casa colonica e sistemarsi in una casa di un ricco signore del luogo, col quale l’Elide aveva iniziato a collaborare nelle faccende domestiche della proprietà.

La sua tristezza e la sua malinconia divennero di intensità pari alla sua spensieratezza e gaiezza dei giorni dell’adolescenza e furono compagne della sua vita sino alla morte; nulla lo rallegrava se non l’abbraccio delle figlie che da Perugia o da Bologna, dove si erano trasferite, venivano d’estate a trovarlo.

Non ripercorse più nelle parole quell’esperienza di guerra e non si lamentò mai di cosa quei giorni gli avevano lasciato, ma partecipava nel suo animo con ansia mista ad ardore alle vicende del nuovo conflitto che stava sconvolgendo il mondo.

Giuseppe morì nel 1960 pochi giorni dopo l’apertura dei giochi della XVII Olimpiade di Roma, quando le nazioni ormai in pace ritornavano ad apprezzare il gusto della leale contesa e della fraterna amicizia sportiva: Giuseppe sarebbe stato felice di ciò perché a quella ritrovata amicizia aveva in qualche modo contribuito anche lui, seppur in battaglia, con l’onore e lo spirito di sacrificio di uno dei tanti Nessuno.

La sua morte prematura lo aveva anche privato dell’appartenenza all’Ordine dei Cavalieri di Vittorio Veneto, ma quello che a lui sicuramente importava era la lettera maiuscola sul suo essere un valoroso Nessuno.

Data di pubblicazione 31 - 03 -2020


I L RACCONTO DI NONNA MARINA

La nobil famiglia 

In Emilia-Romagna, terra dei Malatesta signori del Montefeltro (1300/1600) e terra di Tonino Guerra poeta dialettale contemporaneo, ha origine a fine 1800 la “nobil famiglia” di cui tenteremo di raccontarne la   storia, nel modo più veritiero possibile, seguendo la via dei racconti e dei ricordi famigliari.

Gli interpreti principali furono Francesca ed Emilio.

Emilio - affettuosamente soprannominato dagli amici Livio - era un impiegato comunale che - appassionato di musica - suonava il bombardino in una banda itinerante che nei giorni festivi viaggiava per i piccoli paesi della Romagna con grande soddisfazione di tutti.

Francesca, che come si usava a quel tempo e in quella terra era stata soprannominata Chicchina viveva con la zia pittrice, una vedova di ferro che si occupava anche dei propri beni e che con piglio fiero guidava il lavoro dei suoi contadini.

Come dicevamo girando, girando Emilio incontrò la bella Francesca e “senza andare troppo per le lunghe” i giovani ragazzi decisero di metter su famiglia.

Ma la fortuna non strizzò l’occhio alla coppia.

I venti di guerra cominciarono a soffiare contem- poraneamente alla nascita del loro primo figlio Silvio.

Infatti, la Prima guerra mondiale costrinse Emilio a lasciare la novella famiglia per andare al fronte dove si combatteva – come usava dire – anche all’arma bianca.

Emilio venne gravemente ferito e si rifugiò per diversi giorni in una buca del terreno fingendosi morto mentre il combattimento infuriava.

Casualmente un suo compaesano, medico, lo vide, lo soccorse, lo curò e gli insegnò i primi rudimenti del pronto soccorso e nel tempo lo inserì nel provvisorio staff della Croce Rossa.

La vita nel piccolo paese del Montefeltro andava avanti con difficoltà, la guerra lo aveva stravolto, le case in buona parte distrutte, gli uomini erano al fronte e appena possibile qualcuno ritornava giusto il tempo di un saluto e tornò anche Emilio.

E fu così che nacque il secondo figlio Guglielmo.

I ragazzi si resero conto che il paese, al momento non poteva offrire alcun futuro e Francesca ed Emilio al suo ritorno (quindi chiudiamo la parentesi della guerra) non si persero d’animo. Avevano perso la casa ma avevano la loro gioventù, forza fisica e morale, ma soprattutto avevano due bambini piccoli.

Si trasferirono nella città più vicina, dove Emilio con l’aiuto di amici trovò lavoro e anche Francesca cominciò a svolgere in casa dei piccoli lavori di cucito sempre compatibilmente con l’impegno riservato ai figli.

Ovviamente questa piccola serenità ritrovata diede vita alla terza figlia Claudia e visto che il prodotto era buono misero in cantiere la quarta figlia Irma.

E qui si fermarono a meditare.

Un bel giorno di primavera arrivò da Roma una lettera di Giulio (fratello di Francesca) che invitava Emilio a trasferirsi a Roma in quanto aveva possibilità di inserirlo in un buon gruppo di lavoro ed inoltre poteva ospitarlo insieme alla sua grande famiglia nella sua grande casa.

I ragazzi, pieni di dubbi, cominciarono a ragionare sull’opportunità di un tale salto nel buio e alla fine arrivarono alla decisione che inizialmente si sarebbe trasferito solo Emilio per vedere come effettivamente stavano le cose poi – se il caso – il resto della famiglia lo avrebbe raggiunto.

Certo Francesca sarebbe rimasta sola con quattro figli senza sapere per quanto tempo ed Emilio anche se con la compagnia di Giulio sarebbe rimasto solo anche lui e lontano dalla sua famiglia.

Ma Emilio anche se giovane sapeva bene che aveva la responsabilità di una famiglia ed aveva avuto anche la fortuna di avere incontrato una donna come Francesca che non indietreggiava di fronte ad alcuna difficoltà.

E così Emilio partì con il suo carico di dispiaceri e di incertezze ma con il cuore gonfio d’amore per tutta la sua piccola/grande famiglia.

Il tempo passa lentamente per chi aspetta come aspettava Francesca e finalmente dopo un lunghissimo anno Emilio invitò la moglie a raggiungerlo a Roma insieme ai bambini.

Francesca, in breve tempo, preparò le valigie e quant’altro di sua proprietà, chiuse la casa in cui erano in affitto, e con i suoi quattro bambini salì sul treno che a quel tempo assomigliava più a una tradotta.

Dieci ore di viaggio, un incubo per una donna sola con quattro bambini ed un esaurimento nervoso latente.

Ma finalmente Roma, finalmente Emilio, finalmente una casa, finalmente tutti insieme.

E come spesso accade in un clima disteso, sereno e fiducioso arrivarono Luigi e Aldo.

Una bella famiglia. Francesca era orgogliosa dei suoi ragazzi, crescevano bene educati, rispettosi e in armonia.

Passarono gli anni e i ragazzi più grandi iniziarono a lavorare.

Silvio e Guglielmo, dopo avere fatto le scuole professionali entrarono, quali meccanici, in una grande industria metalmeccanica, Claudia, molto attenta alla fashion del momento, entrò a lavorare presso un grande atelier di Piazza di Spagna. Irma, per sua scelta, rimase in casa ad aiutare la mamma Francesca.

E qui mi fermerei, vorrei lasciare che la “nobil famiglia” viva il suo tempo – tempo di pace – con la serenità che si erano costruiti, almeno fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

E questa è un’altra storia.

Non ho voluto raccontare un aneddoto ma ho voluto raccontare una storia di vita lunga circa 50 anni (1890/1940).

Data di pubblicazione 29 - 02 -2020


I L RACCONTO DI  MARILENA 

La nonna Eufemia 
 

Agli occhi di una sessantottina come me, la nonna Eufemia era come tutte le donne della sua generazione, nate nel 1885, cresciute nel piccolo borgo umbro tra Perugia e il Lago Trasimeno, dove lei era rimasta fino al 1978, anno della sua morte. Vestivano abiti lunghi e scuri, da lutto, protetti da un grembiule nero con due tasche, per nascondere chiavi, semi, tozzetti di pane, il rosario e il fazzoletto di cotone, utile a soffiare il naso, asciugarsi il sudore e pulire alla meglio la mano, trovandosi a salutare qualcuno all’improvviso. Il passato, anzi il passato remoto. Da superare, rivoluzionare, cancellare. La nonna Eufemia, poi, era più trascurata delle altre anziane nel vestire giornaliero, sembrava che si fosse messa addosso qualcosa per caso, non si guardava allo specchio, la riga fra i capelli non era diritta, non pettinava la treccia tutti i giorni, la crocchia, nascosta sotto il fazzolettone a volte compariva scomposta, il grembiule era messo al contrario, oppure era spostato sul fianco e la mantellina era appoggiata a casaccio sulle spalle. Non indossava nessun monile, nemmeno la fede nuziale, pretesa da Mussolini per la patria. Tutta da rifare per un’adolescente!

Eppure con la mente e col cuore apprezzavo certi suoi comportamenti, che la distinguevano dalle altre nonne del paese: da piccola mi aveva raccontato tantissime storie, diverse dalle classiche, sicuramente inventate lì per lì. Amava lavarsi dentro un’abbondante acqua calda nella moderna vasca da bagno; ne usciva profumatissima, cantando lodi di ringraziamento al Creatore. La notte del 23 giugno preparava una conca d’acqua, dove buttava moltissimi petali di fiori dai colori più svariati e rametti di erbe selvatiche, un insieme profumatissimo per attrarre San Giovanni Battista, che avrebbe benedetto quell’acqua, con cui io sola, l’indomani mattina, avrei dovuto lavarmi, per fare un buon matrimonio. Anche per le processioni religiose preparava cestini colmi di petali di fiori e di erbe selvatiche; si piazzava in un angolo della terrazza più alta della casa e buttava giù le sue manciate profumate al passaggio della statua sacra. Ogni giorno, poi, scendeva sull’orto e si soffermava qualche secondo accanto a ciascuna pianta, accarezzandola, forse continuando la sua preghiera. Mentre studiavo, le piaceva sedere accanto alla mia scrivania e mi ascoltava in un silenzio partecipe, stupita dell’argomento, insieme consapevole, come se in lei, ultranovantenne, scoprisse le categorie per comprendere i concetti più difficili; prima di andarsene mi accarezzava e nella sua carezza sentivo la soddisfazione, la gioia e la commozione per me e per tutte le donne che, finalmente potevano conquistare il sapere, a cominciare da quello scolastico, a lei negato. Era analfabeta. Quando, dopo il Concilio Vaticano II, ascoltò la Messa in italiano per la prima volta, pianse commossa, perché riusciva a comprendere la bellezza delle parole e dei canti, che per dovere aveva espresso in un latino maccheronico da una vita, senza capirne il significato. Si fermava spesso col prete e gli chiedeva notizie sulla salute, esprimendo con grande semplicità la sua convinzione che avrebbe dovuto sposarsi, bel giovine qual era, per risolvere i suoi nervosismi. Aggiungendo che lei avrebbe continuato a partecipare alla vita della parrocchia lo stesso. Don Sandro la salutava con rispetto e concludeva che era l’unica a pensarla così con il tono triste e rassegnato di un prigioniero senza speranza. In paese spesso scoppiavano dei litigi all’interno delle famiglie, allora numerose, fra padri e figli, mamma e babbo, nonni e nipoti, suocera e nuora, oppure fra cognate. Venivano a chiamarla e lei tranquilla lasciava qualsiasi faccenda, per entrare dentro la casa del litigio, si metteva in mezzo ai litiganti, tirava fuori il rosario dalla tasca del grembiule e chiedeva ad ognuno di baciarlo e di promettere di fare pace. Tutti l’ascoltavano. Poi tornava a casa sua per ultimare la faccenda tralasciata. Quand’era più giovane, venivano a chiamarla anche per organizzare la cucina per i grandi pranzi, in occasione di matrimoni, battesimi, cresime e comunioni: conosceva un numero considerevole di ricette, possedeva gli utensili necessari e sapeva usarli, ma soprattutto organizzava bene le faccende, distribuendo i lavori, delegando, rassicurando, consigliando, rallegrando e insegnando, senza far pesare la sua presenza autorevole.

La consideravo una nonna dalle maniere dolci e autoritarie, domandava e comandava col sorriso; una personalità buona, gentile e determinata, come tante altre; un’espressione e una testimone della civiltà contadina, di cui conosceva tutti gli aspetti: il suo linguaggio procedeva da un proverbio a una citazione biblica, a cui a volte aggiungeva qualche battuta personale e persino rare parolacce, espresse con veemenza o leggerezza, in base allo stato d’animo e al risultato che voleva ottenere: rabbia o risata. Mai sottomissione da vittima. In lei l’istinto era ragionevole, non conosceva la falsa modestia, né la sopportazione e, quando qualche giovane donna piangeva per la sterilità, la consigliava di non perdere tempo a piangere, di trovare qualsiasi modo utile e di provarli tutti, perché per una donna essere madre è importante come vivere. Senza saperlo, riguardo al materno la pensava come Jung, Lacan, tante femministe, fino al contemporaneo Recalcati.

Molti anni dopo la sua morte, da donna matura, ho capito la natura non scontata, bensì voluta e conquistata del suo essere stata così, come l’avevo conosciuta: la sua gentilezza, le parole buone, i canti e i conti, la serenità, la disponibilità, l’attenzione, l’intelligenza nel fare, nel dire e nel tacere e soprattutto il padroneggiare con umiltà rivoluzionaria ogni situazione! Questo era pensiero, pensato e vissuto nella realtà, comunque fosse. I fatti salienti della sua esistenza fin dall’infanzia, infatti, erano stati drammatici e la nonna avrebbe avuto tutte le ragioni per diventare una donna diversa: risentita, rabbiosa, violenta e prepotente, oppure una vittima predestinata.

La sua mamma si era paralizzata, dopo un incidente, e la nonna Eufemia, prima dei dodici figli, ha dovuto crescere tutti i fratelli e le sorelle: li preparava per andare a scuola, all’uscita li riportava a casa, cucinava per loro e per tutta la famiglia, riordinava la casa, assisteva la mamma, ma, certo, non poteva assentarsi, per frequentare la scuola lei stessa. All’età, stabilita dai genitori, è andata sposa ad un uomo, il mio nonno, scelto da loro, senza conoscerlo e mancando delle nozioni di base sulla sessualità (pensava che i bimbi uscissero dal ginocchio!). Ha messo al mondo tre figli. Il grande, molto simile a lei, si è suicidato a diciotto anni, in un momento di disperazione, perché il babbo non voleva mandarlo all’università, dopo la maturità liceale; la figlia, sposata, si è trasferita in un altro paese e il piccolo è andato volontario nella Seconda guerra mondiale, risultando disperso. Il marito è tornato dalla Prima guerra mondiale, ma davvero malconcio, con una forte asma, dovuta ai gas, che lo ha presto portato alla morte. La nonna Eufemia, ancora giovane, si è trovata vedova e completamente sola a gestire la situazione. Durante l’occupazione, poi, la sua casa è diventata il quartiere generale dei tedeschi e persino la sua camera è stata sequestrata.

Come ha reagito a questa serie interminabile di disgrazie? Il suo cuore era straziato, si sentiva responsabile della morte del figlio, forse avrebbe potuto fare qualcosa che invece aveva omesso. Morire anche lei? Risposarsi? Non so se l’abbia pensato, ma la sua prima preoccupazione è stata quella di resistere e di salvare il salvabile: se in casa sua non c’erano più uomini, ha affidato l’officina a un conoscente, un operaio, perché vi lavorasse e la tenesse aperta, in funzione, pronta per il figlio piccolo, se fosse tornato dalla guerra. Aveva organizzato il lavoro dell’orto e della casa, facendosi aiutare da alcuni garzoni, bambini abbandonati o di famiglie molto povere, che aveva accolto, nutrito, educato, istruito in un mestiere, in cambio di aiuto. Chi era diventato sarto, chi ciabattino, chi macellaio, chi cuoca, chi ricamatrice e chi giardiniere, aiutando la nonna, fino all’età giusta per sposarsi, mettere su casa e un’attività propria. Il corredo era dono della nonna. Le erano rimasti legatissimi, vivendola come una persona amica e autorevole e poteva chiamarli al bisogno, sicura che avrebbero lasciato il loro lavoro, pronti per aiutarla. La poca terra era lavorata da alcuni contadini, che abitavano in un’ala di casa sua: allevavano le mucche, i cavalli e gli animali da cortile, distribuivano il latte a tutto il paese, garantendo delle entrate in denaro, poco ma sufficiente per sopravvivere. Le difficoltà, invece di chiuderla, l’avevano resa attenta ai bisogni altrui e, pur rimanendo prudente e all’erta nei confronti di chi potesse farle del male, sapeva dimostrare disponibilità e accoglienza. Aveva aperto la sua casa troppo grande alle famiglie dei suoi fratelli e delle sorelle, che spesso la venivano a trovare, e aveva accolto una cognata molto anziana, vedova, bisognosa d’aiuto; poi, i figli dei parenti e degli amici della campagna, che fra le due guerre avevano tentato la via dello studio, andando a scuola a Perugia, affrontando grandi difficoltà di trasporto, non essendo allora organizzati i servizi pubblici di collegamento fra paese e città, non potendo tornare a casa, in campagna, in particolare d’inverno, si fermavano a casa della nonna Eufemia, che offriva loro, insieme al necessario, anche una parola di sostegno, per andare avanti, nonostante la situazione sembrasse insostenibile. Alcuni di loro, dopo la sua morte, mi confessarono che non avrebbero mai raggiunto gli alti livelli professionali conquistati senza i consigli precisi e saggi di nonna Eufemia. La sera, infine, dopo cena la nonna s’incontrava con alcune parenti, per recitare il rosario e pregare per il ritorno del figlio. Nel secondo dopoguerra, ancora sola, con la cognata da proteggere, dopo la forte svalutazione della lira, accorgendosi della mancanza di denaro liquido, da padrona divenne domestica: trasformò la casa in albergo per gli avventori, commercianti o impiegati, che avevano cominciato a transitare in paese e lavorò per loro come cuoca e come cameriera, ma ridendo di se stessa e ringraziando il Signore per i guadagni che arrivavano. Così sopravvisse, senza mai potersi svestire, né comprare un cappotto, salvando onore e capitale, testarda nell’attesa dell’unico figlio rimasto, pur se l’esercito aveva rimandato i documenti, ritenendolo disperso.

Da dove le veniva la forza per affrontare le avversità (tante altre, come le sue malattie, non le ho nemmeno citate)? E soprattutto come faceva a mantenersi serena, positiva, costruttiva, allegra e amorosa nei confronti delle cose, della natura, degli animali e delle persone? Chiedeva scusa ai polli e ai conigli, quando bisognava macellarli e li ringraziava, perché con le loro carni poteva crescere figli e nipoti e con la vendita delle pelli e delle piume poteva guadagnare qualche moneta, sempre rara e insufficiente, per pagare le tasse.

La scienza potrebbe suggerire di trovare la risposta nel DNA e io, per sbrigarmi, potrei ricorrere all’impossibilità di sciogliere il segreto, nascosto nel mistero di ognuno di noi, ma non sarei sincera, perché una risposta sulla forza d’animo della mia nonna me la sono data, anzi continuo a pensarci ogni volta che guardo e prendo in mano il dono, che mi ha fatto prima di morire, l’unico oggetto che possedesse: una piccola antichissima croce di buon legno, senza il crocefisso, dove in basso compare un bassorilievo in metallo: una Mater senza lacrime, di profilo, il collo e le spalle forti, il capo eretto, con la Resurrezione già nello sguardo, quasi osservasse il figlio vittorioso sulla morte, pur rimanendo sola, sotto la croce vuota. Una come lei.

Data di pubblicazione 31 - 01 -2020

I L RACCONTO DI NONNA ROSARIA

Risorgere dalle macerie

Ero troppo piccola per avere ricordi nitidi della guerra, ma scavando nella memoria, ritrovo tanti flash, fotografie e la sensazione di sentire anche vecchie voci: forse echi di racconti successivi, forse racconti di altri, reminiscenze di antichi incubi o lontane emozioni, sfumate nella nebbia del tempo.

Il quartiere dove sono nata a Benevento si chiamava “Vichi Bagni” ed era parte integrante di un centro storico pittoresco, pieno di piccole botteghe artigianali e commerciali: c’era Michele il pescivendolo; la famiglia Piereconte, composta da numerosi figli, che gestiva una bancarella di frutta e verdura; l’osteria Solla; la sartoria di Peppe “u’ cusetore” (il sarto); la bottega di Sarracino “u’ faligname” (il falegname); ma c’era anche Maria “a capera” (la pettinatrice); Maddalena “a materazzara” (faceva i materassi); Giovanni “u funtanaro” (l’idraulico); Vincenzo “l’acquaiuolo”, che gestiva un esercizio di vendita dell’acqua di Telese, e Mariuccia “a lavannara” (la lavandaia). In questo rione mia nonna “Nduniella a sposa” era una figura magica e rappresentativa: era atta a togliere mal di testa, i vermi, dolori vari con l’imposizione delle mani e con decotti a base di “erbe di muro” o cataplasmi di semi di lino e altre diavolerie.

I Vichi Bagni era una comunità popolata ed animata da gente di umanità semplice, ma sincera e profonda, un popolo laborioso che conosceva i propri doveri di solidarietà prima dei diritti. Le mamme dai seni prosperosi allattavano anche i figli di mamme che non avevano latte: intorno a questo gesto si formavano tanti “fratelli di latte” con i quali giocare e crescere insieme. Anche mia madre, contemporaneamente a mio fratello Enzo, allattava il piccolo Franco, nipote adorato del Macellaio “Tanuccio Gentile” che, riconoscente, ci forniva la dose di carne settimanale che diversamente non potevamo permetterci.

Le bombe del 1943 a Benevento non distrussero soltanto l’arte ed i simboli religiosi della città, ma anche un mondo di passioni, di sapori, di colori, di voci, di vera umanità che si disperse. Molte famiglie, con l’intensificarsi del passaggio degli aerei, abbandonavano la città per rifugiarsi nelle campagne. Fin quando la città non fu bombardata, quando suonavano le sirene, la gente scappava nei rifugi dove restava al buio finché non suonavano le sirene del cessato allarme. Anche il Teatro Romano era diventato un rifugio, c’era chi diceva che quegli archi avevano resistito duemila anni per cui là sotto si stava al sicuro. Mia madre, con due bimbi piccoli, io e mio fratello Enzo e incinta del terzo figlio, ad ogni allarme ci metteva sotto il tavolo della sala da pranzo, spegneva le luci e restavamo lì fin quando le sirene non avessero nuovamente taciuto. Poi gli allarmi aumentarono di notte e di giorno e fu così che incrementammo il numero degli “sfollati” trasferendoci nelle campagne a Belfiglio, a pochi chilometri da Benevento.

Ci sistemammo in una grande stanza con una sola finestra al primo piano di un piccolo casale. Al piano terra c’era una macelleria che vendeva, a caro prezzo, volatili ed animali da cortile e di tanto in tanto qualche bue o maiale che i contadini più poveri erano costretti a vendere. Il casale si affacciava sulla bianca strada provinciale, sul retro c’era un’aia dove razzolavano galline, polli, papere e dove macellavano gli animali, per cui la sporcizia regnava sovrana e mosche, api ed altri insetti prosperavano. La stanza ospitava tutta la famiglia di mia madre: i nonni, due sorelle, un fratello con la moglie e due bambini e noi. L’arredamento era essenziale: c’erano letti con divisori fatti con le coperte, qualche sedia di paglia e un tavolino. I servizi igienici invece erano molto più grandi della stanza: tutta la campagna che si stendeva dietro la casa oltre l’aia.

Nella casa di Beltiglio non c’era la luce elettrica, di giorno noi bambini giocavamo sull’aia e spesso vedevamo il cielo oscurarsi per il passaggio di stormi di Fortezze Volanti che si preannunciavano riempendo l’aria del loro rumore assordante, ma eravamo abbastanza lontani dalla città per avvertire l’eco dello scoppio delle bombe, del crollo dei fabbricati, delle grida dei poveri sventurati sotto le macerie. Per quanto riguarda il cibo, a parte qualche ortaggio e qualche verdura che si trovavano nei campi, oltre l’aia, mancava tutto: farina, zucchero, pasta, pane, sale…erano generi introvabili se non al mercato nero, dove, chi non aveva soldi, pagava con l’oro o la biancheria pregiata. Per riempire lo stomaco mangiavamo “le sciuscelle”, le carrube, dei frutti secchi lunghi e piatti di colore marrone che rubavamo dalla greppia: era il cibo dei cavalli. Quando nei dintorni qualche contadino stava male, chiamavano mia nonna che ritornava sempre con un ricco bottino ed allora si mangiava.

Sulla strada provinciale di pietre bianche di tanto in tanto passava qualche carretto tirato da buoi o cavalli che trasportava persone che si recavano o tornavano dalla vicina città. Su uno di questi carretti un giorno tornò mio padre da Benevento con mio nonno ferito ad una gamba: erano sfuggiti miracolosamente ad un bombardamento. Erano completamente ricoperti di polvere bianca, sul viso spiccavano le pupille nere degli occhi in cui si leggeva il terrore dello scenario a cui avevano assistito. Le bombe avevano distrutto il Duomo e la nostra casa che si trovava non lontano, ci furono molti morti e centinaia di feriti.

I bombardamenti continuarono a martoriare Benevento: dopo il Duomo fu la volta della Ferrovia, il ponte Vanvitelli, lo stabilimento dello Strega Alberti e tante piccole industrie con un consuntivo mostruoso: in 20 giorni ci furono 60 incursioni, 5000 case distrutte e 3000 morti.

Dallo sfollamento di Beltiglio tornammo a Benevento dopo la nascita di mio fratello Tonino, a fine novembre del 1943. Facemmo il viaggio sopra un carretto guidato da un asino che un contadino, che mia nonna aveva guarito, ci aveva messo gentilmente a disposizione. Eravamo seduti tra materassi, coperte e utensili da cucina.

Trovammo un mondo di macerie. I miei nonni e mio zio tornarono alle loro case che, per fortuna, erano rimaste intatte. Per noi mio padre trovò alloggio in una palazzina di proprietà di un suo cugino, al primo piano, in un appartamento di due camere, cucina e bagno che però era già occupato da una famiglia veneta il cui capofamiglia lavorava nelle ferrovie ed era in attesa di trasferimento. La signora veneta non accettò di buon grado la convivenza nell’appartamento e, per costringerci ad andare via, tormentava mia madre (già reduce da un parto e da un periodo di ristrettezze e di paure) con sgarbi, offese e dispetti influendo negativamente sulla fragilità dei suoi nervi, tant’è che si ammalò di un forte esaurimento nervoso depressivo. Così fummo costretti a lasciare i pochi mobili che avevamo estratti dalle macerie e ci trasferimmo a casa dei miei nonni. Pr circa due anni mia nonna si prese cura di tutta la famiglia perché mia madre non era in grado di accudirci. Quando i veneti lasciarono l’appartamento, ci ritornammo e mia madre ce la mise tutta per ritornare ad essere la mamma affettuosa, serena ed efficiente e si prese cura di noi.

La “nottata era passata”, la speranza si sostituì alla paura e la vita riprese. Eravamo circondati da macerie e per noi bambini non c’erano giocattoli, ma con la fantasia si riusciva a dare vita a giochi e giocattoli con materiali scartati come le palle e le bambole di pezza. I vestiti e le scarpe si dovevano indossare fino alla consumazione totale. I cappotti consumati venivano rivoltati e sembravano cappotti nuovi, comunque di colore diverso dalla parte rivoltata, alla fine passavano al più piccolo e, in seguito, con fasce di colore diverso venivano allungate le maniche e portati fino all’impossibile. Mia madre, con una coperta militare, cucì un cappotto a me, uno a mio fratello e un gilet per il più piccolo.

Si facevano debiti per mangiare. Il negoziante di generi alimentari nel quaderno a quadretti con la copertina nera custodiva i segreti, gli stenti e le difficoltà di tante famiglie che, comunque, onoravano gli impegni. Crediti senza fissa scadenza, “quando potete me li rendete”, diversamente da oggi che la modernità ha abituato tanti a non onorare la parola data, a non saldare i debiti, a non dire “grazie” a chi ti ha fatto del bene.

Gli anni dalla fine di una guerra perduta sono stati per la città un periodo di riscatto.

Il popolo beneventano, con grande dignità, soprattutto da parte di quelli che avevano perduto tutto e senza arrendersi si sono rimboccati le maniche, si è lanciato verso il futuro operando la ricostruzione morale e materiale delle famiglie e della società. Il mondo però è cambiato e continua a cambiare troppo in fretta; le cronache sono piene di scandali che hanno incrinato seriamente la fiducia nelle istituzioni. Sembra che da tutti i vocabolari sia sparita la parola “RISPETTO” che faceva la differenza tra mondo civile e barbarie. Senza la parola RISPETTO ci siamo ridotti ad un popolo nel quale sono proliferati i ladri, gli approfittatori, le persone sleali.

La famiglia è allo sbando, si evidenziano comportamenti di indifferenza verso il prossimo e, purtroppo, sempre più spesso di disumanità. Chi pensa che sono sempre gli altri che devono risolvere i propri problemi dei singoli e della collettività non si rende conto che ha di sé un concetto di nullità che lo rende inconsapevolmente rancoroso verso il resto del mondo relegandosi ad un ruolo passivo e rassegnato. Se cercheremo solo giustificazioni allora ci aspettano tempi ancora più bui. Un nuovo percorso parte da ognuno di noi e dalla consapevolezza che ciascuno può fare la sua parte, piccola che sia, e avviare un processo di ricostruzione per risorgere dalle macerie del terzo millennio.


Data di pubblicazione 31 -12 -2019

I L RACCONTO DI NONNO GAETANO

La ricchezza non dà la felicità

Nel 1960 Gaetano era il Direttore Provinciale del Tesoro di Livorno. In famiglia era l’unico che portava uno stipendio in casa. La moglie casalinga si occupava dei quattro figli: un bimbo di 11 anni, un secondo di 9 anni e due gemelline di 6. Nonostante avesse raggiunto un alto grado nella sua carriera, il suo stipendio da statale non era sufficiente a far vivere in modo confortevole la famiglia, essendo l’unico a lavorare. I coniugi dovevano stare molto attenti nelle spese quotidiane perché il pagamento a rate di alcuni mobili, l’affitto e le altre bollette, le spese per la scuola lasciavano poche possibilità economiche per nutrirsi e vestirsi bene tutti e sei. La mamma era molto oculata nelle spese. Comprava al più grande pantaloncini e magliette unisex, per cui il primogenito era il più fortunato fra i figli poiché aveva solo vestiti nuovi, mentre il fratello e le sorelle ricevevano per lo più solo abiti riciclati dal maggiore. In pratica erano pochi i vestitini con la gonna che circolavano fra le bimbe.! Per nutrire la famiglia la mamma comprava la carne solo una volta a settimana (per lo più pollo, carne tritata e salsicce, meno cari) più frequentemente acquistava del pesce povero e a buon mercato (sarde, alici, sgombri e baccalà che all’epoca costavano poco), mentre di norma si cibavano di legumi e uova.

La mamma si ingegnava anche con piatti a base vegetariana: tortino di carciofi, parmigiana, polpette di ricotta e spinaci o di melanzane o di patate, fettina panata di melanzane ecc. e vari altri ortaggi ammanniti come se fossero vere e proprie pietanze anziché contorni rielaborati. Capitava a volte, quando il denaro si era esaurito prima della riscossione dello stipendio, che erano costretti a cenare con latte e pane. Nel giorno dello stipendio, quindi una volta al mese, ai bambini veniva offerta una pastarella e in estate un gelatino. In tal modo le spese per il dentista venivano evitate! Le scarpe erano due paia a testa. Un paio chiuse per l’autunno, l’inverno e la primavera ed un paio estive (sandali per mamma e bambini). Anche per le scarpe fra i bambini c’era la consegna dal più grande al più piccolo, se non erano troppo consumate. Adesso tutti i pediatri arriccerebbero il naso, poiché si vuole evitare che eventuali difetti della postura dei piedi del figlio maggiore possano alterare la conformazione della calzatura e pregiudicare la postura del successivo, ma allora non potevano permettersi di ragionare in quel modo; dovevano sperare che il deprecato pericolo non si avverasse. E in effetti furono fortunati, o forse le scarpe venivano costruite meglio, perché nessuno dei ragazzi ebbe in seguito problemi in tal senso!

Al cinema non andavano quasi mai, la televisione era inesistente. Gli svaghi erano alla sera sentire i programmi della radio oppure la mamma che leggeva ai bambini, ma anche a se stessa. “La capanna dello zio Tom” ovvero “I ragazzi della via Pal” o “Piccole donne”, insomma tutta la letteratura per ragazzi di quegli anni. Sapeva leggere bene, perché riusciva a trasportare i figli nel racconto e loro si vedevano con la fantasia immersi nella storia, come se fossero dentro ad un film. Potrebbe sembrare una vita grama, invece erano felici, specie quando in salotto la mamma leggeva quelle storie: erano momenti che a loro piacevano moltissimo e che avrebbero ricordato con nostalgia tutta la vita. Nonostante quelle accortezze, a volte era successo che il giorno prima della riscossione dello stipendio, i genitori, nel rovistare nelle loro tasche per vedere quanti soldi erano loro rimasti, si erano accorti, sconsolati, che fra tutti e due racimolavano al massimo circa 300 lire, per cui si auguravano che un imprevisto non facesse precipitare la situazione, anche se per la posizione sociale del papà dovevano ostentare un modo decoroso di vivere!!

Un giorno, poco prima di Natale, il papà avvertì la mamma che forse sarebbe venuto a casa un signore che aveva conosciuto in Ufficio, per via di una questione che quello desiderava fosse risolta. Il signore aveva molto insistito nel suo desiderio di voler fare personalmente gli auguri anche alla “sua signora”, nonostante che il papà gli avesse detto che non ce n’era bisogno in quanto egli stesso si sarebbe fatto portatore degli auguri. Tuttavia temeva che egli potesse recuperare da altri il suo indirizzo privato e presentarsi a casa con qualche dono, che andava assolutamente respinto, perché poteva essere un modo di volerlo corrompere per chiudere un occhio sulla definizione della pratica, che era stata non risolta per seri motivi.

Purtroppo i timori del padre si avverarono. Quel signore, la Vigilia di Natale, si presentò sulla porta di casa alla mamma, seguita da tutti i figli incuriositi, con un enorme cesto pieno di ogni ben di Dio, che non si capiva come aveva fatto a portarlo da solo. I bambini non credevano ai propri occhi e già pensavano di gustare tutte le prelibatezze. Invece delusi sentirono la mamma che, come le aveva chiesto di fare il papà, respinse tutto con fermezza, nonostante le reiterate insistenze di quell’uomo, dicendo che non poteva accettare nulla. Quando tutto sparì dalla vista dei bambini ed essi, immalinconiti, le chiesero il perché, la mamma spiegò loro che l’onestà di papà non era in vendita anche se vivevano in difficoltà, perché quel signore pensava di far compiere al papà delle violazioni di legge, ricompensandolo con dei doni. Spiegò che bisognava imparare da subito a respingere i doni subordinati ad agire male, perché l’onestà nel fare il proprio dovere non deve cedere a nessun compromesso, neanche al più piccolo. Alcuni capirono, altri lo capirono in seguito. Ma tutti capirono che dovevano essere orgogliosi dei loro genitori.

Attualmente è stato ammesso per legge che i funzionari e/o i dipendenti dello Stato possano accettare doni natalizi sino ad un valore di 50 euro, cioè 100.000 lire di allora, ritenendo che tali valori non possano indurre a compromessi con la coscienza e con il codice penale.

Questa storia dimostra che si può essere felici, contenti del poco, quando il poco è accompagnato dall’assidua attenzione di un genitore, che ti fa sentire importante per lui o lei. Non sono le ricchezze a dare felicità ai giovani, ma l’amore, il calore umano, la vicinanza ai loro problemi, il sentirsi ascoltati; cose che non costano nulla, solo il tempo da impegnare per esprimerle!

Data di pubblicazione 30 -11 -2019

I L RACCONTO DI NONNO LORENZO

Il Papa bambino

(Storia immaginaria ambientata alla fine dell’Ottocento - inizio Novecento in un paesino qualsiasi dell’Italia contadina)

C’era un fanciullo seduto sull’ultimo gradino della scala della chiesa.

Giocava con due pietre quasi sferiche divertendosi a farle rotolare. Le lanciava e le riprendeva con movimenti ritmati e assenti.

Non pensava a niente pur assorto nei propri pensieri.

Aspettava e basta. Non si sa che cosa, non si sa chi.

Poi d’improvviso ripose le pietre in tasca, si alzò e cominciò a scendere le scale saltando da una gamba all’altra con aria spensierata.

In fondo alla scala s’apriva il corso principale. Strada in leggera discesa, palazzetti padronali, negozi e souvenir per curiosi.

Visto dalla base della scalinata il corso era un mare di teste ondeggianti. Era sera e tutto il paese si faceva vedere. Presto le strade si sarebbero svuotate e accese le case di voci e rumori di sedie, pentole e stoviglie.

Anche il fanciullo si avviò verso casa. Abitava in campagna, un po’ fuori del paese.

Già prima di arrivare sentì la madre che chiamava. Ma non rispose.

Entrò in casa e si sedette al tavolo. Non disse niente, non rispose ai rimproveri. Aveva sempre quell’aria assorta e distratta.

Poi, all’improvviso, parlò.

<Mamma che dici ... Ci potrò mai diventare Papa?>.

<Ma che dici? Ma che idee ti vengono? un bighellone come te Papa! Per diventare Papa bisogna studiare tanto, applicarsi, leggere i libri sacri. Poi bisogna essere buoni, aiutare la mamma! Ah se ci fosse ancora tuo padre! Lui sì che ti levava queste idee dalla testa!>.

Per un attimo la mente del ragazzino abbozzò un’idea di risposta, ma la perse; troppo complessa! stava per concretizzare che per diventare “Grandi” bisogna pensare in grande.

Così non disse niente e riprese la sua aria assorta.

<Mamma ...stamane a scuola il maestro ci ha parlato di San Francesco poverello. Che era ricco, giovane e bello e che ha rinunciato a tutto per vivere come Gesù>.

<Eh sì è stato un grande santo. Vedi Giovanni... si può essere grandi anche senza diventare Papa>.

(…Così come si può essere Papa senza essere grandi) Ma questo lo tenne per sé.

<Ma è giusto essere poveri?>.

<E’ giusto essere poveri per diventare santi. Non è giusto nascere poveri e rimanerci>.

<Allora ... o si diventa santi oppure è ingiusto!>.

<Adesso basta con questi discorsi! è ora di mangiare ...Ma che ti ha preso stasera?>.

La mamma servì in tavola la solita minestra di legumi ed il fanciullo cominciò a mangiare.

Ma era sempre assorto e idee su idee gli frullavano in testa.

Effettivamente quello era stato un giorno particolare per Giovanni. Era la prima volta che si fermava a pensare e così intensamente. La mente ne era tutta presa e affascinata dal pensare stesso.

Dopo cena se ne andò sul portico e si accoccolò sulla vecchia poltrona di vimini come per continuare a pensare. Ma non vi restò a lungo. Si mise a correre intorno alla casa stonando a squarciagola la musichetta imparata all’oratorio.

Ma c’era una pulce nella sua mente, una frase che gli era venuta così come deduzione logica ma non capìta: <Allora ... o si diventa santi oppure è ingiusto!>. Ma che diceva Mamma? Ah ecco: <E’ giusto essere poveri per diventare santi. Non è giusto nascere poveri e rimanerci>.

<Forse è più facile diventare santo che Papa! Parto avvantaggiato: sono povero!>.

Furono questi i pensieri di Giovanni prima di addormentarsi.

Era però rimasta in sospeso quell’abbozzo d’idea: <per diventare “Grandi” bisogna pensare in grande>. E poi non aveva ancora evidenziata la contraddizione di San Francesco che da ricco si era fatto povero.

Ma Giovanni dormiva contento perché aveva scoperto che nascere povero non è poi così male se ti dà la forza e la voglia di pensare in grande: diventare Papa.

Intanto domani era un altro giorno e c’era tempo per ripensarci.

Data di pubblicazione 31 -10 -2019

I L RACCONTO DI NONNA PATRIZIA

La prudenza non è mai troppa

Erano i primi anni ’60, eravamo ragazzine piene di entusiasmo io e Cecilia, ci affacciavamo alla vita e avevamo le prime “cotte”.

Un ragazzo che conoscevo da poco tempo, ma per il quale provavo una particolare simpatia, mi invitò ad una festa di pomeriggio a casa di un amico.

Non chiesi il permesso ai miei genitori perché non me lo avrebbero dato, ma la cosa allora non mi sembrò tanto grave. Mio padre era molto geloso, mi mandava solo a casa di chi conosceva bene; mi accompagnava e tornava a riprendermi.

Volevo andare a quella festa e chiesi a Cecilia il favore di venire con me; saremmo rimaste soltanto per poco tempo. Domenica pomeriggio bussammo alla porta di quella casa. Ci aprì una persona molto più grande di noi. Io pensai potesse essere il padre del padrone di casa, la mia amica era più sospettosa. C’erano altri ragazzi e ragazze, ma la presenza di quella persona, che dava la disponibilità della sua casa ai giovani, per cui non si capiva quale ruolo avesse nella festa, era inquietante; così decidemmo di andarcene. Lo salutammo, ma lui insisteva per farci restare a “bere qualcosa” e chiuse la porta a chiave. A quel punto ci spaventammo. Fortunatamente l’appartamento era al piano terra e noi scappammo dalla finestra, mentre quello andava a prenderci quel qualcosa da bere.

La mia amica pensava che quell’uomo avrebbe potuto essere un maniaco di minorenni o comunque un essere torbido.

Mi vengono i brividi al pensiero del pericolo che avevamo corso. Quella volta siamo state fortunate, ma vogliamo raccontare questo episodio ai nostri ragazzi, che sono sicuramente più smaliziati di noi, ma devono comunque diffidare delle persone che non conoscono e soprattutto parlare con i genitori. Questa storia l’ho raccontata ai miei nipoti che sono adolescenti e che mentre parlavo, mi guardavano con gli occhi sgranati.

Spero che sia servito a qualcosa anche se mi è dispiaciuto insinuare il sospetto nelle loro giovani menti, ma purtroppo il mondo di oggi presenta molti pericoli ed è giusto che anche i bambini siano in grado di riconoscerli ed affrontarli.